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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Pesticidi e Api

Cosa ci fa il Ddt nei nostri capelli se è vietato dal 1978?

L'ong francese Pollinis ha testato 44 persone, di cui 30 eurodeputati, inclusa la nostra giornalista: nel 91% dei casi è stato ritrovato almeno un pesticida. Presenti tracce di 15 sostanze vietate nell'Ue

Tracce di pesticidi tra i miei capelli, nonostante io non abiti e non abbia mai vissuto in aree rurali. La notizia mi arriva tramite l'ong francese Pollinis, che mi ha testata nel giugno scorso insieme a 30 europarlamentari e ad altre 13 persone tra giornalisti e scienziati. Nel mio organismo sono state ritrovate tracce di Dde, un metabolita del pesticida Ddt. In sostanza si tratta di una molecola frutto della degradazione del pericoloso pesticida che era stato messo al bando alla fine degli anni '70 dopo che per anni le aziende agrochimiche lo avevano rivenduto come “prodotto sicuro”. Come è possibile questa contaminazione del mio corpo se nel 1978, anno dell'interdizione del Ddt non ero neppure nata?

Nel giugno scorso l'organizzazione non governativa Pollinis, specializzata nella tutela degli impollinatori e più in generale della biodiversità, si era presentata al Parlamento europeo invitando deputate/i di diversi gruppi politici a prestarsi ad un test dei capelli, in grado di rilevare la presenza di 62 pesticidi. La possibilità è stata offerta anche a giornalisti e scienziati presenti a Bruxelles. Senza far troppo caso allo stile di coiffure, ne ho approfittato e mi sono fatta tagliare i tre centimetri di capelli necessari a rilevare un'esposizione fino ai tre mesi che precedono il test. I campioni vengono spediti al Laboratoire IRES - Kudzu Science di Strasburgo, in Francia, per verificare la presenza dei pesticidi e le relative quantità.

I campioni sono stati resi anonimi, ma attraverso un codice ricevuto al momento del test ciascuno a potuto ritrovare i propri dati. “Pensavamo di non trovare nulla, perché le persone testate abitano principalmente in città e gran parte dei parlamentari che hanno partecipato all'indagine sappiamo essere persone molto attente, alcune vegane o che consumano in prevalenza prodotti biologici”, ha ammesso Barbara Berardi, ricercatrice e responsabile dell'indagine sui pesticidi di Pollinis, precisando: “Invece con grande sorpresa abbiamo trovato tracce di almeno un pesticida nel 91% delle persone testate”. Me inclusa.

Dai dati risultano due pesticidi rilevati in quantità molto esigue, eppure non so come né dove potrei essere entrata in contatto con queste sostanze né quali effetti sul lungo termine potrebbero avere sul mio organismo. E il quadro generale è ben peggiore. Lo studio ha esaminato 62 pesticidi, di cui 27 (il 44%) sono stati riscontrati in almeno un campione. I tre riscontrati più spesso sono insetticidi. Si tratta del 4,4-DDE (metabolita del Ddt), dell'alletrina e del transflutrin. Ben 15 dei pesticidi rilevati non sono attualmente autorizzati nell'Unione Europea.

Se in alcuni casi la loro messa al bando è di vecchia data e ne sono rimaste tracce durature, spesso si tratta di sostanze prodotte tuttora dalle multinazionali dell'agrochimica negli Stati membri, ma destinate ad essere esportate in Paesi extra-Ue dove il loro utilizzo è ancora ammesso. Da queste stesse aree del globo importiamo in molti casi il cibo che finisce sulle nostre tavole. Per non bloccare gli affari delle multinazionali dell'Ue, ci tornano indietro bocconi difficili da digerire. Dei 44 campioni di capelli, 40 (91%) contenevano almeno un pesticida, con una media di 3 pesticidi per campione. Il caso estremo è quello di una persona nel cui organismo sono state ritrovate tracce di ben 11 pesticidi.

I dati sono stati raccolti in maniera anonima, quindi non posso ritrovarla per sapere come si senta, sapendo che molti pesticidi sono reputati pericolosi per la salute umana, vengono associati da studi scientifici all'insorgere di cancro, malattie endocrine e disfunzioni riproduttive. Soprattutto è ignoto l'impatto che queste sostanze possono avere sul corpo se mischiate, come di solito avviene quando vengono distribuite nei campi. Un risultato invece è chiaro: i pesticidi possono raggiungerci ovunque abitiamo, spesso a prescindere dalle abitudini alimentari e dallo stile di vita che decidiamo di adottare.

Una sorpresa relativa per Sarah Wiener, europarlamentare austriaca del gruppo dei Verdi, cui pure sono state ritrovate tracce di Ddt e di altri quattro pesticidi, nonostante abiti da anni in una zona di campagna lontana da appezzamenti agricoli e coltivi lei stessa la frutta e verdura che mangia. “Questo studio dimostra che i pesticidi non hanno frontiere perché l'80% di essi si accumula nei terreni, nell'aria e persino nelle riserve naturali nazionali per anni”, ha sottolineato la Wiener, che in commissione Agri sta lottando affinché le analisi dei rischi prendano in considerazione i cosiddetti “effetti cocktail”, cioè il risultato del miscuglio tra varie sostanze, mentre ad oggi viene calcolato solo l'impatto sulle singole sostanze.

“A me hanno trovato anche tracce del pericoloso glifosato”, ha rivelato Anja Azenkampf, parlamentare del gruppo di sinistra The Left, ammettendo: “È vero che ho vissuto da bambina nella campagna olandese dove l'80% dei pesticidi si trovava direttamente nella polvere delle case, tale era la quantità versata sui campi, ma adesso che abito da anni a Bruxelles non credevo ci fossero ancora tracce di queste sostanze nel mio corpo”. I pesticidi sono da anni al centro di un ampio dibattito pubblico che ha spinto l'Ue a chiedere una drastica riduzione del loro uso.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, l'attenzione sulle questioni ambientali è calata e diversi attori economici e politici stanno provando a ridurre la portata delle decisione assunte. A questo proposito ha lanciato un preciso attacco l'eurodeputato dei Socialisti e democratici Eric Andrieu: “Ho l'impressione che stiamo regredendo nel momento in cui vedo che la Commissione europea ha rimandato la discussione sul regolamento Reach (la normativa dell'Ue sulle sostanze chimiche). Cosa giustifica che il commissario francese al mercato interno (Thierry Breton, ndr) sia favorevole alla Germania, dove hanno sede le principali aziende agrochimiche come Bayer e Basf?".

Andrieu fa riferimento alle accuse del quotidiano Le Monde per cui le lobby tedesche che producono sementi e pesticidi sarebbero riuscite, tramite pressioni politiche, a rimandare il regolamento sulle sostanze chimiche pericolose per l'ambiente affinché non venga discussa nell'ambito dell'attuale composizione di Parlamento e Commissione. Ma se nei nostri corpi “urbani” ci sono tracce di pesticidi, possiamo solo immaginare cosa avvenga nelle aree rurali e negli organismi dei contadini che si trovano di continuo a contatto con queste sostanze.

Eppure, nonostante Bruxelles abbia chiesto di ridurre il loro uso del 50% entro il 2030, numerose associazioni di categoria degli agricoltori europei insistono affinché si possano continuare ad usare pesticidi chimici, dannosi per chi lavora nei campi e per le loro famiglie. “Gli agricoltori sono intrappolati in un sistema tossico, in cui l'industria agrochimica gioca su una paura atavica: quella di perdere il raccolto”, ha commentato Berardi, che chiede in primis di intervenire a livello legislativo affinché in tutti gli Stati Membri i consiglieri agronomici che indirizzano le scelte delle aziende rurali siano soggetti indipendenti e non legati a filo doppio ai giganti dell'agribusiness, come avviene adesso.

“Dato che lavorano o sono connessi a queste industrie, non potranno mai consigliare di evitare i pesticidi e di provare metodi alternativi”, ha sostenuto l'esperta di api ed insetti impollinatori. Un esempio di metodi alternativi è stato fornito proprio da un agronomo italiano, Lorenzo Furlan, che in Veneto ha sperimentato sistemi di protezione delle piante di mais capaci di salvaguardare sia le api che il reddito delle aziende agricole coinvolte. Un esperimento che dà fiducia a chi richiede un cambio di direzione. “Sappiamo che i primi anni di transizione potrebbero essere difficili per gli agricoltori, ma questi metodi alternativi sono gli unici che permettono di lavorare con la natura e non contro la natura”, ha concluso Berardi.

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