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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Salute

Mangiare vegetariano è più conveniente per i Paesi ricchi. Ma non per quelli poveri

Uno studio della rivista The Lancet dimostra come le diete sane e sostenibili, che prevedono un minor consumo di carne o la sua eliminazione, possono rivelarsi anche meno care per gli Stati con reddito medio-alto. Più complesso il discorso per le economie più arretrate

Cosa succederebbe se da domani eliminassimo la carne dalle nostre diete? È la domanda a cui ha cercato di rispondere un team di ricercatori, che ha pubblicato i risultati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet. Dallo studio emerge che non solo le diete vegetariane e vegane comportano maggiori benefici per la salute umana e sono più sostenibili da un punto di vista ambientale, ma anche che puntare su frutta, verdura e cereali comporterebbe risparmi economici fino al 30%. Un discorso che vale soprattutto per i Paesi con reddito-medio alto. Per quelli più poveri, il discorso è più complesso: senza azioni di accompagnamento, soprattutto in termini di aiuti allo sviluppo, il passaggio a una dieta vegetaria e vegana rischia di comportare costi più alti. 

Lo studio, finanziato dal fondo Gruppo globale sui sistemi agricoli e alimentari per la nutrizione (Global Panel on Agriculture and Food Systems for Nutrition and Wellcome Trust), parte dall'assunto che "il sistema alimentare attualmente è responsabile di circa un terzo di tutte le emissioni di gas serra" e che, allo stesso tempo, "più di un quarto dei decessi a livello globale è stato attribuito a diete squilibrate". I ricercatori mettono in evidenza come nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, la carne rappresenti la maggior parte dei costi (una forchetta tra il 32-34%) necessari per poter soddisfare le esigenze nutritive.

Nella ricerca, gli studiosi hanno fatto ricorso a prezzi alimentari comparabili a livello regionale per 150 Paesi. In seguito, hanno accoppiato questi prezzi con le stime della domanda di cibo sulla base di diversi modelli alimentari associati a riduzioni della mortalità prematura e della domanda di risorse ambientali. I modelli includono anche diete vegetariane e vegane, equilibrate dal punto di vista nutrizionale.

Sprechi, malattie e impronta ecologica inserite nei calcoli

Nei calcoli, sono state utilizzate anche le stime sui rifiuti alimentari. Difatti lo spreco di cibo a livello familiare rappresenta il 29% dei costi delle diete attuali in media, che vanno dal 17% in paesi a basso reddito al 35% nei paesi ad alto reddito. Inoltre, sono state inserite le proiezioni della domanda e dei prezzi del cibo, in modo tale da specificare il sistema alimentare e gli scenari di cambiamento socioeconomico fino al 2050. Nella contabilità completa dei costi, i ricercatori hanno valutato anche i costi sanitari legati alla dieta, accoppiando una valutazione comparativa dei rischi della dieta con le stime del costo delle malattie, che più probabilmente potrebbero scaturire da un certo tipo di alimentazione. Inoltre, sono stati stimati i costi del cambiamento climatico, accoppiando gli scenari della dieta con le impronte delle emissioni di gas serra e le stime del costo sociale del carbonio.

Maggiori difficoltà nei Paesi a reddito basso

Rispetto al costo delle diete attuali, i modelli alimentari sani e sostenibili potrebbero essere, a seconda del modello, fino al 22-34% meno costosi nei paesi a reddito medio-alto e alto. Questa situazione sarebbe meno idilliaca nei Paesi a reddito medio-basso, dove i costi di alimentazioni basate su frutta e verdura sarebbero più cari (tra il 18 e il 29%) rispetto ad altri regimi 'carnivori'. I modelli più sani sarebbero quindi più accessibili sono negli Stati dal reddito elevato. Aggiungendo nei calcoli altri fattori, quali la riduzione degli sprechi alimentari, uno sviluppo socioeconomico favorevole e una contabilità dei costi più completa (che includa ad esempio le spese legate all'assistenza sanitaria), l'accessibilità dei modelli alimentari sostenibili aumenta.

Nelle proiezioni, infatti, quando queste misure sono state combinate, le diete sane potrebbero avere fino al 25-29% di costi più bassi anche nei Paesi a reddito medio-basso, raggiungendo addirittura una riduzione del 37% in media per l'anno 2050. Le varianti dei modelli dietetici vegetariani e vegani, basati su legumi e cereali integrali al posto della carne, risultano generalmente più convenienti, mentre le diete basate principalmente sul consumo di pesce sarebbero le meno convenienti. Lo studio avverte comunque che tali cambiamenti non possono essere frutto solo di scelte personali, ma si inseriscono in un quadro politico più ampio. Sono necessarie infatti misure di sostegno che includono politiche alimentari e dei consumi, incentivi agricoli e assistenza, e che tengano conto degli aspetti sanitari e ambientali determinati dal cambiamento della dieta a livello nazionale.

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