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Martedì, 28 Giugno 2022
Smart&Green

“L'Ue condanna gli allevatori, ma siamo gli unici in grado di salvare il clima”

Intervista a Marcello Di Ciommo, imprenditore agricolo lucano, che risponde a muso duro agli “attacchi” dell'Unione europea, quando chiede di consumare meno carne

Marcello Di Ciommo è un allevatore che ha sempre puntato sull'innovazione, introducendo razze e tecniche all'avanguardia nella sua azienda a Lavello, in Basilicata, dove si dedica anche alla trasformazione dei prodotti caseari tipici della zona. AgriFood Today lo ha intervistato per capire il punto di vista di un esponente della categoria sugli indirizzi della nuova Politica agricola comune (Pac). L'imprenditore lucano commenta l'apparato normativo dell'Unione europea in maniera impetuosa e senza peli sulla lingua.

Come valuta la nuova Politica agricola comune (Pac) e l'impatto che ha sugli allevamenti?

L'Ue è succube di un ambientalismo ideologico, come quello di Greenpeace e di Greta Thunberg, che sono specialisti nel manipolare le opinioni delle persone. I temi vanno affrontati invece in modo razionale e Bruxelles non ha verificato la sostenibilità economica delle utopie che professa. Non possiamo tornare alla preistoria per salvare il pianeta, ma decidere su basi concrete ed è la scienza a dirci che gli allevamenti intensivi, tanto vituperati, consumano meno risorse rispetto ad altri sistemi produttivi. Con la guerra in Ucraina stiamo andando incontro a problemi di sicurezza alimentare e queste persone sognano il mondo di Heidi, dietro il quale si celano altri interessi”.

A cosa si riferisce nello specifico?

Gli allevatori europei sono sotto attacco perché non riescono ad opporsi alle lobby dei magnati dell'economia, che oggi fanno grandi investimenti per creare surrogati delle proteine animali, dimenticando che si tratta di alimenti nobili e che sono stati indispensabili per la nostra evoluzione. Coloro che investono oggi nella carne sintetica, che non ha le stesse qualità dell'originale, sono gli stessi oligarchi della comunicazione e dei social media, che influenzano le nostre opinioni, come Google o Facebook.

La Pac indica anche una serie di indirizzi per migliorare (non eliminare) gli allevamenti. Su quali punti  concordate con Bruxelles?

Siamo d'accordo sul migliorare il benessere animale, per una produzione più etica e di qualità, e siamo consapevoli del fatto che non devono esserci residui di antibiotici nel cibo, ma ritengo che ci sia un pregiudizio da parte dell'Ue. I funzionari stanno professando una presunzione di colpevolezza verso gli allevatori, quando in realtà la stessa Efsa conferma che il 98% degli alimenti analizzati risultano esenti da tracce di antibiotici. La farmacovigilanza è tassativa e siamo sottoposti a controlli molto rigidi, come quelli sul latte, mentre nei mattatoi vengono fatti di continuo prelievi e analisi di carne o dei tessuti recettori.

Come spiega allora l'aumento di resistenza a questi medicinali?

Da medico, ritengo che l'antibiotico-resistenza vada attribuita ad altri fattori, come l'auto-terapia, a cui ricorrono molte persone consultando internet anziché i dottori, o l'eccesso di parti cesarei, dove le donne sono sottoposte immediatamente a terapie antibiotiche pre e post-operatorie. Su questi fattori i controlli non sono sufficienti come nel nostro campo.

L'Efsa ha chiesto comunque di ridurre l'uso di antibiotici nelle stalle e la Pac prevede un abbattimento del 50%, perché provoca problemi di resistenza negli umani. Da aureato in medicina, oltre che da allevatore, quali soluzioni propone?

In primo luogo è fondamentale l'uso del colostro (primo latte materno, ndr), che aumenta gli anticorpi, premunendo i vitelli da patogeni presenti nell'ambiente. Inoltre se le madri sono immunizzate, possono trasmettere gli anticorpi ai neonati, che sono per loro natura più fragili. Subito dopo vanno adottati protocolli vaccinali, come è avvenuto con l'ultima pandemia, perché bisogna far crescere l'immunità, partendo dalle prime fasi di vita dell'animale, che proprio come gli umani si ammala. Dato che i virus mutano, come abbiamo visto col Covid, sono poi necessari aggiornamenti rispetto a nuovi sierotipi. L'altro elemento fondamentale è la nutrizione, che aiuta a prevenire sindromi carenziali, quindi è importante la qualità e la razione di cibo, che dev'essere bilanciata. Noi ad esempio usiamo solo vegetali, in particolare mais, e sono queste le coltivazioni che dovremmo massimizzare per assorbire Co2 e nutrire correttamente gli animali che mangiamo.

Lei ha un allevamento in Basilicata con oltre 2000 vacche di razza Frisona. Come state migliorando la sostenibilità e il rapporto col territorio?

Abbiamo già ottenuto una certificazione sull'impatto climatico e due sul benessere animale, la prima grazie ad un impianto a biogas alimentato con i reflui del bestiame, che produce energia termica. La seconda invece installando una stalla moderna, con gli spazi opportuni. Di fatto, siamo indipendenti sul piano energetico e la parte eccedente che produciamo alimenta la rete pubblica gestita dall'Enel. Inoltre, sotterriamo carbonio, mettendo il digestato creato dall'impianto nel terreno, dato che nutre le piante, che a loro volta captano anidride carbonica e la trasformano in ossigeno. Noi allevatori siamo gli unici in grado di sostenere questo ciclo produttivo benefico. Anziché condannarci, l'Ue dovrebbe riconoscerci una premialità, tramite i crediti, perché siamo in grado di invertire un processo tipico della società industriale, che libera CO2 nell'atmosfera, sfruttando il carbonio come fonte fossile o inquinando. Il vero problema per il clima sono le industrie, non l'agricoltura.

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