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Giovedì, 8 Dicembre 2022
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“Il nostro vino urbano, tra Catania e l'Etna, è una storia di famiglia”

La storia di otto cugini che hanno recuperato terreni abbandonati, appartenuti da generazioni, per sottrarli alla cementificazione e portare le vigne in città

Sottrarre alla città di Catania un appezzamento di terra e restituirlo alla vocazione vignaiola dell'Etna. La missione intrapresa da 8 cugini procede a passo lento, ma deciso, dopo aver recuperato un luogo abbandonato, che apparteneva alla loro famiglia da 9 generazioni. La tenuta dove oggi sorge l'”Etna urban winery” era stata fondata nel 1790, restando produttiva come cantina fino al 1960, ma andando poi incontro all'incuria dopo l'ultima vendemmia, ormai ad uso privato, del 1972.

Del passato della vigna l'ultima generazione ne aveva solo sentito parlare nei racconti dei nonni e dei genitori. Un fascino che li ha spinti a recuperare un'eredità di memorie e grappoli d'uva. “Quando abbiamo ripreso in mano questo luogo è stato perché volevamo ridare dignità alla nostra storia familiare”, racconta Nicola Purrello, imprenditore e responsabile della gestione della vigna. A spingerli al recupero dei suoli c'è la posizione peculiare, che da apparente ostacolo si è rivelata un'arma vincente.

Cooperazione in famiglia

Le vigne si trovano nell'area periferica di Catania, un tempo campagna, ma oggi inglobata nel tessuto cittadino, sulle colline che salgono verso il vulcano, una zona in crescita sia per i vini che per altre colture, come quella celebre del pistacchio di Bronte. “Cento anni fa il baricentro della produzione si trovava proprio su queste colline, solo in seguito si è spostata più in alto, per sopravvivere all'urbanizzazione” spiega Nicola, che prosegue: “il contesto attuale è diverso da quello dell'epoca dei nostri avi e ci ha spinto a parlare di 'prima cantina urbana' della zona. Pensiamo sia un beneficio per tutto il territorio l'idea di riportare l'agricoltura in città, dimostrando come possono essere utilizzati in modo proficuo i terreni abbandonati, senza trasformarli in supermercati o capannoni”.

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Ciascuno cugino possiede un pezzo di terra, ma le uve confluiscono in un'unica azienda agricola. Nicola è l'unico a gestire a tempo pieno il progetto, mentre gli altri collaborano a vario titolo, nell'amministrazione o nella cura dei campi, o come Clorinda, fotografa e videomaker, che sta raccogliendo le tracce visive dei luoghi e dei volti della famiglia. “Avendo ereditato la parcella con l'edificio e la cantina l'ho messo subito a frutto creando un ristorante con servizio catering, poi ho capito che andava valorizzata tutta la vigna col contributo dei miei parenti”.

La vigna grande alle falde del vulcano

Il primo vino verrà imbottigliato a giugno, con uve di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, due Igt delle Terre siciliane. Sull'etichetta comparirà “Vignagrande”, il nome storico della contrada in cui si trova la cantina e che rimanda alla vocazione della zona. Oltre a sottrarre la terra alla cementificazione selvaggia, in termini di sostenibilità la famiglia ha deciso di investire sulla conversione al biologico, con il 70% del lavoro che viene svolto in maniera naturale e la rinuncia a qualunque diserbante. Pur trovandosi adiacente all'autostrada, Nicola non teme questo tipo di inquinamento: “Gli antiparassitari velenosi sono di gran lunga peggio delle polveri sottili. In ogni caso, lavando bene le uve in cantina, tutti i residui si depositano sul fondo”. La scelta controcorrente di questa famiglia sta però generando i primi problemi. “Dato che i terreni si trovano in prossimità degli svincoli, ci stiamo difendendo da un progetto di allargamento dell'autostrada, che prevederebbe l'eliminazione di un bosco di querce centenario incluso nella tenuta” . Un gasdotto e progetti futuristici di un parcheggio per una fermata metropolitana minacciano anch'essi la vigna, ma Nicola è combattivo e fiducioso che questo loro “museo a cielo aperto”, che include sia la natura che l'architettura originale della tenuta, possa aiutarli nella battaglia.

Alleanze oltreoceano

Per rafforzare alleanze e visibilità, l'imprenditore ha deciso di aderire alla Urban Vineyards Association, che unisce le vigne cittadine a livello internazionale, cui aderiscono anche una storica cantina di Montmatre a Parigi e un iper-contemporanea vitigno sui grattacieli di New York. “Il vino è diventato un business da miliardari, come sta facendo Farinetti (che pure ha investito sull'Etna tramite una joint venture, ndr), ma noi siamo esattamente l'opposto” afferma Nicola, aggiungendo: “perché il nostro obiettivo principale non sono gli affari, ma il recupero di terreni abbandonati e della nostra storia. Staimo sopravvivendo con l'autotassazione e facendo investimenti da 6 anni per riuscire a vedere la prima bottiglia”. A contribuire al progetto c'è anche una comunità online di amanti del vino, che tramite una campagna di crowdfunding hanno acquistato in anticipo le bottiglie e versato donazioni. “Dietro non abbiamo nessuno, nel nostro caso si sono dimostrati vincenti i rapporti personali e il recupero di un luogo che appartiene alla nostra famiglia da generazioni”, conclude Nicola.

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