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Lunedì, 4 Luglio 2022
Smart&Green

“Per la transizione verde in agricoltura serve lavorare in cooperativa e con enti di ricerca”

Fabio Rossi, presidente di Confagricoltura Umbria, svela criticità e chiavi di volta della nuova Pac, puntando sulla collaborazione tra aziende e sulla sperimentazione con l'Università

La nuova Politica agricola comune (Pac) chiede uno sforzo importante alle aziende agricole per aumentare il livello di sostenibilità e migliorare al contempo la qualità dei prodotti. AgriFood Today ha intervistato Fabio Rossi, presidente di Confagricoltura Umbria, che esprime le sue perplessità rispetto alle scelte dell'Ue, ma traccia al contempo la road map per perseguire gli indispensabili obiettivi di sostenibilità richiesti da Bruxelles. 

Nel 2023 entrerà in vigore la nuova Pac. Quali reputa le principali prospettive e criticità di questo sistema normativo?

Sono convinto che un approccio più sostenibile vada adottato, ma in questo momento rileviamo un forte contrasto tra la tutela dell'ambientale richiesta dalla Commissione e l'esigenza di produrre di più, che sempre l'Ue ci ha domandato dal momento dello scoppio della guerra. È venuto meno un modello globalizzato, in cui importavamo grano e mais dall'Ucraina e fertilizzanti dalla Russia, e adesso va capito come cambiare. Non possiamo andare verso l'autarchia produttiva, ma dobbiamo almeno garantire le scorte strategiche. Inoltre c'è un ritardo di reazione rispetto alle necessità dell'agricoltura, che come abbiamo visto in questi mesi possono mutare rapidamente. La catena di comando di Bruxelles è lenta e ci impedisce di fare le cose al momento giusto.

Concretamente però una svolta è indispensabile, vista l'urgenza imposta dai cambiamenti climatici. Come si può realizzarla?

La prima esigenza è quella di ridurre gli input chimici, ma per farlo bisogna in primo luogo sperimentare di più nel campo della alternative e verificare l'impatto effettivo sull'ambiente, anche in termini quantitativi. Va capito se somministrare solo pochi grammi di pesticidi, ad esempio, sia davvero peggio che adottare metodi cosiddetti “naturali”. E vanno trovate soluzione inedite. Ci occorrono valutazioni obiettive e non di pancia. Inoltre vanno affrontati tutti i passaggi intermedi per arrivare a diffondere ovunque il biologico, che resta l'obiettivo ultimo, ma a livello di quantità non è ancora in grado di soddisfare le esigenze di tutta la popolazione. Ed io ritengo immorale un'agricoltura che non produce a sufficienza per sfamare le persone. Per questa ragione bisogna investire su obiettivi “di passaggio”, come la meta dei residui zero e dell'agricoltura integrata.

Lei è anche presidente di una cooperativa che ha 110 anni di storia. Quale ruolo possono svolgere nella transizione verde queste forme organizzative e le reti di imprese?

Le ritengo la chiave di volta per risolvere determinati problemi. Oggi molti proprietari terrieri non sono agricoltori, quindi non fanno impresa, ma si limitano ad affittare terreni ad affittuari. Questa condizione impedisce di creare assunzioni, valore aggiunto e soluzioni ambientali. L'aggregazione può integrare queste aziende, favorendo la sperimentazione, aumentando la quantità e la qualità dei prodotti, fornendo assistenza sul piano tecnico, commerciale e della trasformazione. Purtroppo queste forme di coordinamento sono spesso fallite e la memoria di queste esperienze negative può ripercuotersi anche sulle generazioni successive. Noi con la Fattoria Autonoma Tabacchi ci reputiamo più “fortunati”, anche perché abbiamo adottato principi meno aziendalisti e più adatti all'ambiente tipico dell'agricoltura. Si parla molto anche di agricoltura 4.0, ad esempio per ridurre l'uso di pesticidi o gli sprechi energetici. Spesso però si tratta di apparecchiature molto costose e complesse.

Come si possono facilitare le aziende nell'accesso a questi servizi?

La tecnologia dev'essere applicabile al campo, in base alle diverse esigenze, altrimenti rimane solo una bella macchina che non siamo in grado di utilizzare. E non bisogna supporre che sia così immediato l'utilizzo di macchinari con guida satellitare o la gestione di attività che riducono gli input chimici ed i relativi costi. In questo campo apprezzo molto gli imprenditori israeliani, che reputo all'avanguardia perché hanno un approccio tecnologico che risulta semplice e sostenibile per l'agricoltore. Anche in questo caso le aggregazioni possono essere d'aiuto, perché risolvono molte situazioni che altrimenti il singolo agricoltore non sarebbe in grado di gestire, soprattutto nei casi in cui è necessario personale specializzato. Con il Consorzio produttori agricoli Pro-Agri, ad esempio, stiamo aiutando le aziende nei servizi di trapianto dei noccioli, un'attività che risulterebbe troppo complessa per i singoli produttori.

Quali potrebbero essere i vostri alleati in questa fase difficile, per incrementare la sostenibilità senza rimetterci in termini di produzione?

Senza dubbio gli enti di ricerca. Bisogna incrementare le collaborazioni con loro, perché una transizione vera necessita molta sperimentazione e un'alleanza tra ricercatori e imprese è l'unica in grado di trovare le soluzioni opportune. L'Università, però, deve essere in grado di “atterrare” nel mondo reale delle aziende. Come Confagricoltura stiamo lavorando per siglare con l'Università di Perugia un accordo, che ci aiuti a trovare soluzioni alternative sulle produzioni caratteristiche umbre, riducendo sia gli input chimici che quelli legati all'uso dell'acqua.

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