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Lunedì, 6 Dicembre 2021
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Il grano duro senza residui di pesticidi è possibile: la sfida del distretto della Martesana

Si chiama Frudur-0 ed è un progetto innovativo finanziato dalla Pac che mira a produrre un frumento di qualità, sano e rispettoso dell’ambiente, coniugando i metodi dell'agricoltura tradizionale e quelli biologici. Ecco come

Nell’area della Martesana, a nord-est di Milano, è stato lanciato un progetto per la produzione di grano duro a residuo zero. Frudur-0, questo il nome del programma promosso, tra gli altri, da Agricola 2000 e il Distretto agricolo Adda-Martesana, punta a unire i benefici della produzione agricola tradizionale e di quella biologica, per offrire ai consumatori un prodotto di alta qualità a un prezzo competitivo ma senza residui di prodotti sanitari e con un impatto ambientale ridotto al minimo.

Il progetto

Lanciato a fine agosto 2019, Frudur-0, la Filiera del grano duro a residuo zero della Martesana, è un piano di sperimentazione triennale (si concluderà a fine agosto 2022) finanziato dalla Pac, la Politica agricola comune dell'Unione europea, attraverso il Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Lombardia. Diversi partner partecipano al progetto: istituzionali, accademici e aziendali, con sei diversi produttori direttamente coinvolti. Durante i primi due anni sono previste numerose prove sul campo, mentre il terzo anno sarà dedicato principalmente all’elaborazione e la valutazione dei dati raccolti. Una volta completato lo studio, se la sperimentazione sarà stata efficace verranno stilati dei protocolli operativi per la coltivazione del grande duro, come previsto nelle linee guida approvate dalla Regione Lombardia. L’obiettivo finale, se le precedenti fasi avranno successo, è quello di costruire la filiera della “Pasta della Martesana a residuo zero”. A quel punto, il know-how innovativo al cuore del progetto potrà essere messo a disposizione dell’intero settore, adattando i protocolli alle diverse colture.

Agricoltura convenzionale e biologica

Frudur-0 nasce dall’esigenza di soddisfare le richieste dei consumatori, che desiderano alimenti “a residuo zero” a prezzi accessibili. Il progetto si prefigge dunque di cogliere gli aspetti positivi sia dell’agricoltura convenzionale che di quella biologica: produrre un grano di qualità e sanità elevate, risultato tradizionalmente raggiunto dalla prima, ma che sia al contempo libero da residui di prodotti fitosanitari e che abbia un impatto ambientale nullo o estremamente ridotto, in linea con le norme europee sull’agricoltura biologica. In effetti, se la coltivazione biologica comporta questi vantaggi, implica anche una riduzione della resa produttiva e una qualità della semola sensibilmente inferiore (ad esempio il tenore proteico è minore), mentre aumenta il rischio che si sviluppino patogeni fungini (proprio per l’assenza di interventi di difesa tramite fitofarmaci) che possono portare alla presenza di tossine dannose anche per l’uomo.

Il frumento duro

Quella del frumento duro è una produzione fondamentale nel Nord Italia, ed è particolarmente adatta all’organizzazione delle aziende cerealicole del territorio in questione. Qui i terreni sono ricchi di sostanze organiche, che garantiscono produzioni abbondanti con un elevato contenuto proteico. Il grano duro è più redditizio rispetto al frumento tenero, mentre i livelli produttivi e i costi colturali sono sostanzialmente analoghi: si capisce dunque perché progetti come Frudur-0 puntano su questa particolare coltura. Ma esiste anche l’altro lato della medaglia: la gestione dell’aspetto sanitario, soprattutto il rischio delle malattie fungine (cui le varietà di grano duro sono particolarmente sensibili), è complicata dal clima umido e dalla frequenza delle precipitazioni, che aumentano la probabilità di attacchi tanto alla foglia quanto alla spiga delle piante. Vengono così sperimentate diverse tipologie di sementi e testate diverse strategie di coltivazione nonché di tecniche di difesa delle colture, il tutto con l’ausilio di differenti mezzi tecnici.

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