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Lunedì, 4 Luglio 2022
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“Vinifichiamo nelle anfore della Georgia per restituire tutti gli aromi di Ischia”

Anna e Gennaro Manna hanno recuperato l'antica Tenuta del Cannavale, un piccolo scrigno di biodiversità e memoria, per coltivare vigne con metodi naturali

Risalendo a piedi il Monte Trippodi, in un canalone immerso in un bosco di castagno, si giunge alla Tenuta del Cannavale. Dall'oscurità di un intenso fogliame si apre d'improvviso l'orizzonte, su luminose terrazze che ospitano un piccolo vigneto, di cui si prendono cura Gennaro e Anna Manna. Fratello e sorella hanno acquistato e recuperato un vecchio casale, reinnestando una vigna su un terreno abbandonato da oltre 40 anni, dapprima in società con un avvocato, mentre dal 2017 gestiscono da soli questo ettaro di meraviglia sull'isola di Ischia. Salendo ancora più in alto, dove sorge l'unico piccolo edificio della tenuta, il panorama si apre sul mare e lo sguardo raggiunge il castello Aragonese, fino a sfiorare Napoli. Arrampicandosi fin qui, si può comprendere come sia possibile coniugare l'agricoltura alla parola biodiversità, che in questo luogo prende la forma di spighe di grano, felci e noccioli, dei fiori viola della veccia e di altri bianchi, da cui a breve spunteranno fragoline di bosco.

Biancolella, un vino vulcanico

Sulla più grande delle isole Flegree, il vino era una tradizione antichissima, che è andata perdendosi con l'imporsi del turismo, che ha trasformato ogni angolo in un albergo, un b&b o un centro termale, dando adito ad una intensa cementificazione in quella che un tempo era definita “Isola Verde”. Nella frazione di Fiaiano, nel comune di Barano, alle tentazioni dell'abusivismo è sopravvissuta questa piccola conca verde, alle cui spalle giace la sorgente di Buceto, salvatasi forse anche grazie al suo isolamento. In questo scorcio suggestivo, Gennaro ha deciso di innestare un baluardo della viticoltura campana, la Falanghina, insieme alla più tipica delle vigne locali, il Biancolella. Al fine di distinguersi ed innovare, la famiglia Manna ha deciso di tornare indietro nel tempo, applicando metodi tradizionali, ma con una consapevolezza contemporanea. “Abbiamo scelto di lavorare secondo i principi della biodinamica, ma in maniera non ideologica, perché solo prendendoci cura di questa terra, ricca di minerali e di origine vulcanica, possiamo restituire ai nostri vini queste caratteristiche, proteggendo al tempo stesso la natura”, spiega l'imprenditore.

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Oltre ai preparati a base di cornoletame e silice, viene piantato il sovescio, con graminacee, leguminose e verdure crucifere, come broccoli e cavoli, che riversano nei terreni le sostanze nutrienti necessarie senza dover ricorrere alla chimica moderna. In termini visivi, camminare nel vigneto è come passeggiare in un orto-giardino, ricco di piante, vegetali e colori. “A dire il vero, essendo stato abbandonato per quarant'anni, questi terreni si erano già di nuovo arricchiti di tutte le sostanze di cui necessita il suolo. La spinta vegetativa è tale, che quest'anno abbiamo rinunciato al sovescio in alcune zone, altrimenti sarebbe stato troppo difficile gestirle”, racconta Gennaro, che osserva e conosce ogni singola foglia della vigna. Dalla terra le attenzioni passano poi alla vite. “Lasciamo la parte esterna sempre attiva, evitando di fare tagli sui rami che hanno più di due anni. Questo metodo ci permette di allungare la vita della pianta, che altrimenti si ridurrebbe ad una ventina d'anni”, spiega l'agricoltore.

L'incontro con la biodinamica

A sostegno dei tralci ci sono pali di castagno locali, recuperati dal bosco che circonda la tenuta. “Abbiamo notato che durano di più rispetto a quelli che vengono da fuori, perché già adattati a questo clima. Anche se è più faticoso, li scortichiamo, bruciamo e interriamo a novembre, quando il legno è più asciutto e resistente”, sottolinea. Per contrastare le malattie tipiche, si ricorre solo a rame e zolfo, seguendo i protocolli del biologico. “L'anno scorso siamo stati in grado di effettuare solo due trattamenti, a basso volume, grazie ad un atomizzatore a spalla, che consente una copertura più omogenea e sottile sulle foglie, riducendo così al minimo indispensabile le cure”. L'azienda ha acquisito anche la certificazione biologica, ma i Manna sottolineano: “L'etichetta può essere importante, ma alla fine è comunque un ente privato che la attribuisce. Per noi ciò che conta davvero è che le persone conoscano questo luogo e sappiano quali sono i principi che applichiamo in vigna e in cantina”.

Lavorare solo in due richiede una fatica quotidiana non indifferente, ma Gennaro è convinto del percorso intrapreso. Racconta: “La passione per la terra me l'hanno trasmessa i miei nonni e mio zio Filippo, quindi già da prima mi occupavo della coltivazione e conservazione di ortaggi, ma quando ho scoperto questo posto mi sono reso conto che qui avrei potuto creare un vino in grado di recuperare tutti i profumi dell'isola. Con i metodi dell'agricoltura convenzionale avrei rovinato questa magia”. A segnare il suo percorso anche i viaggi in SudAmerica e le visite in Amazzonia, poi gli studi da autodidatta, infine l'incontro con Carlo Noro e con l'enologo Michele Lorenzetti, specializzati nella biodinamica. “Coltivavamo già in maniera sostenibile nella nostra azienda di ortaggi a Forio (altro comune di Ischia, ndr), ma la formazione è stata fondamentale per far rivivere questo luogo”, afferma Anna, che dopo gli studi in economia ha deciso di affiancare il fratello, provando a dare un'impronta aziendale e occupandosi della parte amministrativa e di comunicazione, ma non solo. “Essendo solo in due, devi fare un po' tutto, quindi ho imparato anche a guidare la carriola a motore, ma adesso l'obiettivo è sviluppare di più la parte di ricettività. Il nostro sogno è di creare un agri-camping, senza costruire altri edifici, perché abbiamo capito che il vero lusso è poter godere di un posto incontaminato come questo”.

Uno scrigno di memorie

Fino agli anni '60, viveva una famiglia di undici persone, che si arrangiavano in un'unica stanza e in una piccola cucina. Di quel periodo sono conservati elementi di mobilio, tra cui un cassettone dove venivano messi a dormire i neonati, come ha raccontato loro una donna che vi aveva abitato all'epoca. Anna e Gennaro hanno voluto conservare questi oggetti, memoria concreta di un passato agricolo faticoso e spesso associato a miseria. La stessa che ha spinto molte persone sull'isola ad abbandonare l'agricoltura, preferendo dedicarsi ad attività più sicure o redditizie, ma disperdendo al contempo un prezioso patrimonio di tradizioni. “Se esiste questo bosco di castagne è perché sull'isola si faceva vino ed era un pregio per tutta l'isola; adesso le grandi cantine locali acquistano a prezzi ridicoli le uve dalle poche famiglie che continuano, ma ne comprano anche da fuori, dato che la produzione interna non basta”, sostiene Gennaro.“Noi abbiamo deciso di non acquistare neppure un grappolo da altri produttori, perché delle nostre uve dobbiamo sapere tutto”, afferma il viticoltore, fiero del suo Insula Maior, il nome con cui hanno battezzato le loro bottiglie.

Nonostante l'Unione europea con la nuova Politica agricola comune e la strategia Farm to fork spinga le aziende agricole a salvaguardare la biodiversità, proprio come fanno i Manna, fratello e sorella non si sentono al momento premiati per i loro sforzi. “A livello europeo ci sono regolamenti impossibili da rispettare, che snaturano le tradizioni e tendono a garantire solo i grandi produttori, che realizzano vini slegati dai territori”. Altra nota dolente riguarda le informazioni per i consumatori. “Va fatta una battaglia per l'etichetta trasparente anche per il vino, come esiste per gli altri prodotti alimentari”, sottolinea Anna, che prosegue: “Gli unici ad essere citati e demonizzati sono i solfiti, che in alcuni casi possono anche essere frutto di una lavorazione naturale, mentre non si fa alcun accenno ad albumi, chiarificanti ed altre sostanze, di cui sono pieni i vini industriali”.

Anfore georgiane

Passeggiando tra ciliegi, cachi, nocciole e fichi, che donano in modo spontaneo i loro frutti, arriviamo fino alla cantina, ricavata da una grotta, che custodisce tre grandi anfore di spessa terracotta. “Le abbiamo fatte venire dalla Georgia, una delle più antiche terre di vinificazione. Seguendo le tecniche di quella zona (riconosciute patrimonio dell'umanità dall'Unesco, ndr), facciamo fermentare e affinare le uve. Le anfore traspirano in modo naturale, quindi possiamo evitare di aggiungere lievitanti, mentre le bucce trasferiscono tutti i loro aromi, quindi non devo ricorrere a sostanze esterne per attribuire sapore, come si fa nella vinificazione industriale”, conclude Gennaro. Mentre i Manna proseguono i lavori quotidiani, il cane Lupin mi accompagna verso l'uscita attraverso il bosco, che funge da filtro tra l'irrequieto brulicare di Ischia e la quiete laboriosa della Tenuta del Cannavale, che come un'anfora racchiude l'anima rurale e autentica della maggiore delle isole Flegree.

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