Corte Ue: “Cibi dai territori occupati di Israele? Va scritto in etichetta”

Per l’avvocato generale europeo è giusto che il consumatore sappia se un alimento proviene dalle zone colonizzate da Tel Aviv nel 1967. E cita il caso dei beni sudafricani durante l'apartheid

Un vigneto in Cisgiordania

Un parere non vincolante, ma che spiana la strada a una sentenza che farà discutere. La Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe obbligare le aziende israeliane che producono beni alimentari nelle zone palestinesi occupate dal 1967 a specificare tale informazione in etichetta. È quanto sostiene l’avvocato generale Gerard Hogan che ha espresso la sua opinione riguardo un ricorso sulle etichettature in Francia dei prodotti alimentari provenienti dai territori occupati.

Per l'avvocato generale, la situazione di un territorio occupato da una potenza straniera, specie se accompagnata da insediamenti, sarebbe un fattore importante di cui il consumatore deve essere messo al corrente. Per poi essere in grado di acquistare ciò che vuole in maniera consapevole.

L’esigenza di informazione sulla provenienza, stando al parere di Hogan, riguarda anche il profilo etico. In supporto di tale tesi, l'avvocato generale ricorda il boicottaggio da parte dei consumatori europei sui beni sudafricani nel periodo dell'apartheid precedente alle elezioni del 1994 vinte da Nelson Mandela.  

Hogan specifica che, a suo avviso, la politica degli insediamenti israeliani in territorio palestinese costituisce una violazione del diritto internazionale. Una considerazione di natura etica che giustifica il riferimento alla richiesta di informazioni sull’origine in etichetta. 

Il parere dell'avvocato generale non è vincolante per i giudici della Corte di giustizia, che si pronunceranno nei prossimi mesi. 

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