Merluzzo, sogliola e spigola: ecco i pesci da non mangiare in nome della sostenibilità

Un’associazione pubblica i risultati sulle pratiche nemiche del mare

ANSA/LUCA ZENNARO

Merluzzo, sogliola e spigola (o branzino). Ecco la lista dei pesci da non chiedere mai se si ama la pesca sostenibile. Sono queste tre specie quelle più al centro di pratiche di prelievo ittico più insostenibile, secondo uno studio condotto dall’associazione dei consumatori “UFC-Que choisir”. La pubblicazione rivela che quasi tutto il pesce che finisce nei supermercati e da qui sulle tavole delle famiglie (86%) è prelevato dalla acque attraverso pratiche che stressano troppo le specie marine, o è frutto di un’attività di pesca eccessiva che toglie dall’acqua più di quanto si potrebbe per garantire il mantenimento degli eco-sistemi.

Merluzzo, sogliola e spigola sono le specie che più di altre sono minacciati dalla sovrappesca. Un fenomeno che riguarda almeno otto esemplari su dieci (88%, 86% e 80% rispettivamente), denuncia l’associazione UFC-Que choisir, che chiede interventi anche per quanto riguarda politiche e sistemi di etichettatura. Nella targhetta applicata ai prodotti confezionati le informazioni “molto spesso sono molto vaghi o semplicemente mancanti”. Un problema che riguarda i due terzi dei casi, e non proprio indifferente. Perchè, lamenta l’associazione, in assenza di una specifica zona marittima, non è possibile identificare i pesci provenienti da stock eccessivamente sfruttati. Dimenticatevi poi comunicazioni su come i pesci vengono strappati al proprio ambiente naturale.

Per quanto riguarda le informazioni sui metodi di pesca, queste sono assenti in un caso su quattro. Ci pensa, in minima parte, UFC-Que choisir a colmare queste carenze. Adesso le tre scelte da non compiere in nome della sostenibilità sono chiare.

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