Il lato "migrante" del made in Italy. E l'agricoltura che accoglie

Senza la manodopera straniera, un quarto della produzione agroalimentare del nostro Paese sarebbe a rischio. E dal Nord al Sud in tanti hanno avviato progetti di inclusione sociale rivolti a richiedenti asilo e incentrati sulla lotta al caporalato

Lontano dalle polemiche sull'accoglienza e dai rigurgiti di razzismo di queste ultime settimane, c'è una realtà in Italia che dei migranti ha un grande bisogno. Ed è un pezzo importantissimo dell'economia e dell'export del nostro Paese, spesso difeso con orgoglio patriottico proprio da quegli stessi ambienti politici che della presunta “invasione straniera” hanno fatto una bandiera: stiamo parlando dell'agroalimentare made in Italy. Che, dati alla mano, senza la manodopera straniera rischierebbe una pesante flessione

Il lato "straniero" del made in Italy

Non lo dice solo l'Inps di Tito Boeri, tanto criticato di recente dal ministro Matteo Salvini per aver espresso un concetto simile, ma anche organizzazioni non certo avversate dalla Lega come la Coldiretti, o indagini statistiche di enti al di sopra di accuse di “buonismo” come il Crea, o ancora sindacati di estrazione diversa come la Cisl o l'Uil. Un dato su tutti: dal 2000 al 2016, la presenza di stranieri nel primario è più che sestuplicata, passando da circa 50 mila a poco meno di 350 mila tra occupati in modo strutturale e stagionali.

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A seconda dei metodi di calcolo, l'incidenza della manodopera straniera in agricoltura varia dal 16,6 per cento (Crea) al 36 per cento (Uila): in ogni caso, si tratta di quote ben più alte di quelle che si riscontrano in altri settori dell'economia. Per dirla con le parole del presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, in Italia “un quarto della produzione agricola non esisterebbe senza i migranti”.

Da Nord a Sud

Secondo uno studio della Cisl, le giornate di occupazione degli immigrati sono pari al 25,6% del totale delle giornate dichiarate nel corso del 2016. Le Regioni con le presenze più importanti sono il Lazio (9.488), la Lombardia (6.795) e l’Emilia Romagna (3,609), mentre fra le Province troviamo Latina (7.812), Brescia (2.017), Mantova (1.833) e Verona (1.279). In alcune aree, si sono formate delle comunità specializzate in determinate produzioni: gli albanesi nel florovivaismo pistoiese, gli indiani sikh nel distretto lombardo del latte, i tunisini nella pesca a Mazara del Vallo, i Nord-africani impegnati nella gestione delle serre nel Ragusano.

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Stando a una recente ricerca della Uila, senza gli immigrati, “che spesso operano in condizioni di sfruttamento e con versamenti previdenziali minimi, il Piemonte vedrebbe sparire dai campi 20mila dei 32 mila lavoratori con incarico stagionale o a giornata, mentre Bolzano “raggiunge l'81 per cento di manodopera straniera”. In generale, il Nord Italia senza stranieri perderebbe il 57 per cento della forza lavoro nei campi. 

L'agricoltura sociale

Chi vive nel settore lo sa bene e anche per questo sono tanti i progetti di agricoltura sociale volti a favorire l'integrazione di richiedenti asilo. Li abbiamo raccontati con le nostre Storie, come quella dell'azienda agricola Gariglio di Moncalieri e della Cascina del mulino, entrambe in Piemonte

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Il laboratorio rurale Luna, nel Leccese, ha avviato progetti sociali come quello che ha coinvolto alcuni richiedenti asilo nella coltivazione della canapa da cui produrre tisane e prodotti tessili. 

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Il caporalato

Ma l'attenzione sociale che attraversa l'agricoltura italiana da Nord a Sud deve fare i conti anche con i fenomeni di sfruttamento, di caporalato, di vere e proprie agro-mafie: turni di lavoro estenuanti, retribuzioni più che misere, condizioni disumane di semi schiavitù. Lo denuncia per esempio la Flai Cgil, che parla di un esercito italiano di 430mila schiavi, per un giro di affari che va dai 14 ai 17 miliardi di euro. 

Anche per dare un segnale contro tutto questo è nato in Campania “Sale della Terra”, un consorzio agricolo che raggruppa 15 soggetti tra enti del non profit e aziende. "Un progetto innovativo - spiegano i due responsabili, Fabio Garrisi e Angelo Moretti - che mira a coniugare attraverso il turismo sostenibile, l'artigianato e l'agricoltura sociale nuovi modelli di sviluppo e di economia civile. Oggi nelle nostre terre lavorano 21 soggetti svantaggiati tra ex detenuti e migranti che sono stati formati attraverso appositi corsi tenuti da esperti del settore". Ma non c'è solo questo: "Puntiamo a fare in modo che le nostre terre siano riconosciute per il fatto che da noi non vi è caporalato, si fa sviluppo sostenibile e coesione sociale. I proprietari di terre vedono in noi il futuro, una rete in cui poter fare economia con terre abbandonate”. Dimostrando che si puo' fare agricoltura di qualità nel nome della legalità e della responsabilità sociale.

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