Castagneti italiani vittime della ‘vespa cinese’: produzione crollata del 20% in 20 anni

Per gli esperti è "fondamentale limitare al massimo l'utilizzo di pesticidi" per contrastare l'insetto che attacca le piante e riduce la produttività

Foto ansa EPA/GUILLAUME HORCAJUELO

La diffusione in Italia di parassiti provenienti da altre parti del mondo si conferma una delle principali minacce per il comparto agricolo nazionale. È quanto emerge dal rapporto pubblicato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sui danni provocati dalla cosiddetta “vespa cinese”, la cui presenza in Italia è stata accertata per la prima volta nel 2002 nelle foreste del Piemonte e che ha portato negli ultimi 20 anni a una riduzione della produzione di castagne del 20 per cento con ripercussioni economiche e ambientali Il ruolo leader del Belpaese nella produzione di numerose varietà con marchio Dop e Igp viene messo a repentaglio dal pericoloso parassita che ha gia' causato una riduzione della produzione di castagne dal 60 all'80 per centi nel periodo di massima diffusione, ed una forte riduzione dell'attivita' vegetativa degli alberi colpiti dal parassita, con un aumento di mortalita' delle giovani piante, dei disseccamenti delle chiome nelle piante adulte e conseguente maggiore suscettibilita' ad altre patologie.

Castagneti in Italia

Il 7,5% della superficie forestale italiana, che copre in totale un terzo del Paese, e fatto di boschi di castagno. Tale patrimonio forestale, in gran parte impiantato dall’uomo, si concentra soprattutto in Piemonte, Toscana e Liguria, che assieme si spartiscono la metà del territorio nazionale ricoperto da castagneti. Questi ultimi crescono specialmente nelle aree di alta collina e media montagna, tra i 500 e i 1000 metri sul livello del mare.

Come è arrivata? 

Il rapporto Ispra punta il dito contro il parassita del castagno in quanto “agente di una vera e propria emergenza fitosanitaria”. Il cinipide galligeno Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu, meglio noto come vespa cinese, è un parassita originario del Nord della Cina. La sua diffusione sarebbe avvenuta in Italia “attraverso materiale vivaistico infetto e, successivamente, mediante il volo attivo delle femmine e il trasporto accidentale delle stesse ad opera dell’uomo” avvenuto nel 2002 in provincia di Cuneo. L’elevata capacità riproduttiva, specie in assenza di nemici naturali, ha determinato la rapida diffusione del parassita su tutto il territorio nazionale nel giro di un decennio.

I danni alle piante

La vespa cinese è responsabile di una forte riduzione dell'attività vegetativa degli alberi colpiti, con un aumento di mortalità delle giovani piante, dei disseccamenti delle chiome nelle piante adulte e conseguente maggiore suscettibilità a ulteriori patologie. “L’insetto può causare riduzioni del rendimento del 50-70% nelle coltivazioni commerciali—specifica il rapporto—talvolta fino ad eliminare la produzione di castagne”. 

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Le contromisure

L’Istituto mette anche in guardia sull’uso di insetticidi chimici che, contrastando gli antagonisti naturali della vespa cinese, ne avrebbero agevolato la diffusione. In particolare, il parassitoide Torymus sinensis ha "adattato", come spiga l'Ispra, il proprio ciclo biologico a quello della temuta vespa, raggiungendo elevati livelli di parassitizzazione e riducendo così la presenza delle tipiche escrescenze tondeggianti (galle), al di sotto di soglie significative di danno. L’idea di utilizzare il Torymus per debellare la vespa cinese ha trovato già una vasta diffusione in molte regioni italiane, ad esempio Piemonte e Toscana, con risultanti significativi e incoraggianti. “Quindi la classica lotta biologica al cinipide con il lancio e la diffusione del parassitoide specifico, sulla base delle conoscenze attuali, risulta essere la soluzione più ecosostenibile”, spiega l’Istituto. “In questo contesto di lotta biologica ed eco-compatibile è fondamentale limitare al massimo l’utilizzo di pesticidi”, precisa il comunicato di presentazione del rapporto, “al fine di non ripetere gli errori degli anni trascorsi e di preservare le popolazioni di parassitodi in grado di contrastare la diffusione del temuto cinipide del castagno, garantendo così nel futuro, sostenibilità ambientale e produttività”. 

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