Sbarchi di grano straniero, Confagricoltura contro Coldiretti: “Nessuna invasione dal Canada"

Polemiche sul carico di frumento canadese al porto di Pozzallo. I mugnai sostengono che le importazioni siano “necessarie per ovviare al deficit quantitativo”. L’impresa agricola chiede incentivi per rafforzare il Made in Italy

Continuano le polemiche sul carico di grano duro canadese sbarcato nei giorni scorsi al porto di Pozzallo da una nave battente bandiera maltese. Confagricoltura getta acqua sul fuoco degli allarmi sulle importazioni dal Nord America sostenendo che con l’entrata in vigore dell’accordo Ceta (sul libero scambio tra Ue e Canada) “non c’è stata nessuna invasione di grano duro dal Canada”. Una lettura dei dati opposta a quella della Coldiretti, che nei giorni scorsi aveva denunciato che “da quando è partito l’accordo, la quantità di grano importato dal Canada è aumentata di sette volte”. Una distanza, quella tra le due principali organizzazioni di categoria del mondo agricolo, riconducibile alle diverse posizioni sul Ceta, l’accordo provvisoriamente in funzione e sul quale il Governo italiano non si è ancora espresso. 


I paragoni tra i primi due mesi del 2019 rispetto agli stessi dell’anno precedente, rileva Confagricoltura, “evidenziano sì un aumento di entrate di grano duro dal Canada, ma perché nel 2018 erano crollate quasi a zero”. “Il volume delle importazioni di frumento duro in Italia si aggira sempre intorno ai 2 milioni di tonnellate all’anno”, si legge in una nota di Confagricoltura che sottolinea come “l’import di grano dal Canada nel corso degli ultimi quattro anni sia diminuito a favore di quantitativi dalla Francia e dal Kazakhstan”. 


L’organizzazione di categoria delle maggiori imprese agricole danno inoltre ragione a Italmopa, l'associazione industriali mugnai d’Italia, che nei giorni scorsi aveva ribadito che “le importazioni di materia prima frumento sono necessarie per ovviare al deficit quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria”. Una certificazione nero su bianco che l’Italia non produce abbastanza grano. 


Italmopa aveva anche messo in guardia dalla circolazione di notizie false o imprecise sulla presunta contaminazione del carico proveniente dal Canada e dei conseguenti rischi per la salute dei cittadini. Affermazioni  “tese unicamente a screditare in maniera strumentale l’import”, denunciano i rappresentanti dei mugnai, “che hanno effetti negativi innanzitutto per il consumatore, che continua così ad avere una percezione distorta della realtà a causa della disinformazione di cui è inconsapevolmente vittima”.


La dura presa di posizione dei mugnai, secondo Confagricoltura “mette nuovamente in luce due priorità”. Da un lato si chiede “la creazione di una filiera tricolore del grano duro”, dall’altro si sente anche l’esigenza, specifica la nota, “di una corretta informazione ai consumatori in relazione al flusso delle importazioni di quantitativi di grano dall’estero”. 


“È indispensabile - scrive Confagricoltura - che il nostro Paese aumenti la capacità produttiva di frumento duro per rispondere alle richieste dell’industria”. “E in questa direzione - si sottolinea - la ricerca dovrebbe mettere a disposizione degli agricoltori sementi sempre più adatte alle caratteristiche pedoclimatiche delle nostre zone”. “Inoltre - conclude la nota - dovrebbero essere incentivate la diffusione di innovazioni tecnologiche e la capacità di stoccaggio con il ritiro separato dei diversi prodotti, per valorizzarne la qualità” per arrivare a “nuovi modelli di contrattazione con le industrie del comparto”. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Patatine fritte, l'Ue va alla guerra (commerciale) con la Colombia

  • Tanto lavoro, pochi migranti: il decreto flussi non funziona. M5s: "Va rivisto"

  • L'Efsa contro la strage dei pulcini: sostenere le innovazioni per evitarla

  • "Basta a salse con derivati dal petrolio al posto del tartufo"

  • Basta sprechi, ecco le 10 mosse per ridurre il cibo che finisce in spazzatura

  • Mangi poche verdure? “Colpa” di un gene

Torna su
AgriFoodToday è in caricamento