Male di miele: in Italia se ne consuma sempre di più, ma la produzione crolla

Tra il 2016 e il 2017, i barattoli usciti dagli alveari nostrani si sono dimezzati. Facendo aumentare l'importazione da paesi come Ungheria e Cina. Sotto accusa cambiamenti climatici e inquinamento, che stanno facendo morire le api. Ma c'è chi, soprattutto tra i giovani, non si arrende

Più che un paradosso, è un problema che dal carrello della spesa delle famiglie italiane arriva dritto al grande dibattito mondiale sui cambiamenti climatici, intersecandosi con le lobby dei pesticidi e l'attività di oltre 45mila agricoltori. Il fatto è che in Italia si consuma sempre più miele: nel 2017, gli acquisti sono aumentati del 5,1% rispetto all'anno precedente. Ma la produzione autoctona si è dimezzata attestandosi sui 10 milioni di chili, uno dei peggiori risultati nella storia dell'apicoltura moderna. 

Le ragioni della crisi produttiva

Le ragioni di questo calo vanno cercate essenzialmente in due fattori, che per la stragrande maggioranza degli scienziati (Donald Trump non ce ne voglia) sono strettamente connessi tra loro: il clima impazzito e l'inquinamento. Vittime di questa doppia tenaglia sono prima di tutto le api. Secondo diversi studi, negli ultimi 20 anni, la popolazione mondiale di questi insetti si sta riducendo a ritmi impressionanti. L'Italia è tra i paesi europei più colpiti da questa preoccupante debolezza e mortalità degli sciami. E se tale trend dovesse proseguire, le api potrebbero persino scomparire dalla faccia della Terra.

Il mixi di pesticidi che uccide le api 

Un problema non da poco per l'ecosistema e l'alimentazione globali, dal momento che delle 100 specie vegetali che forniscono il 90% del cibo nel mondo, 71 sono impollinate proprio dalle api. Ma perché le api stanno morendo? Sotto accusa c'è l'inquinamento e, per paradosso, quello prodotto dalla stessa agricoltura: tra le principali cause di moria, infatti, ci sono i pesticidi. Che non solo uccidono le api, ma finiscono nei nostri organismi: è stato calcolato, infatti, che il 75% del miele mondiale sia contaminato da un particolare tipo di pesticidi, i neonicotinoidi. 

E' per questo motivo che quest'anno la Commissione europea ha deciso di scendere in campo vietando l'uso nell'Unione europea di tre neonicotinoidi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam). A partire dal 2019, saranno banditi tutti gli usi all'aperto di queste tre sostanze: il loro utilizzo sarà permesso solo nelle serre permanenti, dove non è prevista l'esposizione alle api. 

La tecnologia in soccorso

Ridurre l'esposizione ai pesticidi è forse la principale strada da seguire per salvare le api. Un'altra strada è quella della tecnologia. L'italiana 3Bee ha brevettato un sistema di sensori e termometri da installare negli alveari in modo da consentire agli apicoltori di controllare da remoto quello che accade e intervenire in tempo in caso di problemi. C'è chi poi ha proposto di usare i Big Data per elaborare degli algoritmi predittivi e contenere l’effetto delle malattie e dei cambiamenti repentini di clima. Ha sollevato non poche perplessità, poi, l'idea della catena di supermercati Usa Walmart, che ha depositato un brevetto per la costruzione di “api robot”.

In tutto questo, c'è chi preferisce utilizzare metodi più naturali, come ci racconta Valentina Murru, giovane imprenditrice di Castiadas, nel Cagliaritano:

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La “sa Domu de S'Abi” di Murru produce il “nocciomiele”, una sorta di Nutella al miele. Un prodotto che proviene dalla tradizione agricola e che in qualche modo allarga la platea di varietà di miele disponibili in Italia. Nel nostro paese, infatti, esistono più di 50 varietà di miele a seconda del tipo di “pascolo” delle api: dal miele di acacia al millefiori (che è tra i più diffusi), da quello di arancia a quello di castagno (più scuro e amarognolo), dal miele di tiglio a quello di melata, fino ai mieli da piante aromatiche come la lavanda, il timo e il rosmarino.

La produzione italiana

Nelle campagne italiane ci sono 1,2 milioni gli alveari curati da 45mila apicoltori tra hobbisti (la stragrande maggioranza) e professionisti, dato che ci colloca al terzo posto nell'Ue dopo Germania e Polonia. Se si guarda ai soli professionisti, pero', il numero si riduce di netto: sono appena 2mila i “grandi” apicoltori italiani, anche in questo caso terzi in Europa, stavolta dietro Grecia (7mila) e Spagna (oltre 5mila).

Come diventare apicoltori in 5 mosse

E' anche per questa carenza di imprese che siamo costretti a importare miele dall'estero: quasi un barattolo su due venduto in Italia è composto in parte o del tutto di miele straniero. Per lo più, si tratta di miele ungherese (8 milioni di chili, quasi quanto tutta la produzione nazionale) e cinese (3 milioni). Dati che dimostrano che il mercato interno c'è, ma mancano i produttori. Un aiuto potrebbe arrivare dai giovani,anche nel quadro di produzioni diversificate. Come la storia di Andrea Maggiolini dimostra:

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