Martedì, 27 Luglio 2021
Ambiente&Clima

Ridurre il consumo di carne "cruciale" anche per salvare gli animali selvatici a rischio estinzione

Il circolo vizioso del cibo economico prodotto dagli allevamenti intensivi è il più grande distruttore della natura, secondo un rapporto di un think tank britannico. Serve più impegno per modificare lo status quo.

Pangolino, uno degli animali più a rischio - foto Ansa EPA/Hugh Kinsella Cunningham

Diventare vegetariani o almeno ridurre il consumo di carne non solo è una scelta che fa bene al pianeta e al clima, ma aiuta anche a tutelare le specie in via d'estinzione. Lo afferma un rapporto del think tank britannico Chatham House sull’impatto del sistema alimentare sulla perdita di biodiversità. Dallo studio si evince che il sistema alimentare globale è il più grande motore di distruzione del mondo naturale e solamente un cambiamento nella nostra dieta potrebbe restituire alla natura le terre che le sono state sottratte per portare avanti le piantagioni intensive.

Lo studio

Il documento sostiene che è “cruciale una convergenza del consumo attorno a diete prevalentemente vegetali" per riformare il sistema alimentare globale. L’obiettivo è quello di sviluppare un’agricoltura sempre più rispettosa degli ecosistemi naturali. Il rapporto, sostenuto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e Compassion in World Farming, sottolinea che l'agricoltura rappresenta una minaccia per ben 24mila delle 28mila specie a rischio di estinzione, cioè l’86%. Questo perché la gran parte delle colture estensive serve a produrre mangime per animali. E così più noi consumiamo carne a basso costo prodotta in allevamenti intensivi, più la domanda di mangimi cresce, e con essa la necessità di terra che viene sottratta agli habitat naturali selvaggi. Per gli autori del report senza cambiamenti immediati, la perdita di biodiversità continuerà ad accelerare e a minacciare la capacità del mondo di sostenere l'umanità. Il documento spiega che la causa principale di tutto questo è il “paradigma del cibo più economico”, cioè la produzione di cibo a costi inferiori attraverso l’aumento di fertilizzanti e pesticidi. Questo paradigma ha creato un circolo vizioso: i bassi costi della produzione alimentare determinano una maggiore domanda di alimenti e una conseguente anche maggiore produzione di rifiuti, con una maggiore concorrenza che spinge i costi ancora più in basso.

Le proposte

Secondo il report tre sono le azioni necessarie per trasformare il sistema alimentare a favore della biodiversità. La prima è il passaggio a diete principalmente vegetariane, perché gli allevamenti intensivi di animali hanno il maggiore impatto sull'ambiente. La seconda è ristabilire gli habitat naturali per far tornare a prosperare le specie a rischio. La terza è passare a una produzione agricola meno intensiva e dannosa che accetta anche rendimenti più bassi. Inoltre, secondo il documento, queste azioni sono necessarie per affrontare la crisi climatica. Come spiega il Guardian, i cambiamenti nella produzione alimentare potrebbero anche aiutare a risolvere i problemi di salute di 3 miliardi di persone, che hanno troppo poco da mangiare o sono in sovrappeso o obese, e che hanno un costo di trilioni di dollari l'anno nel settore sanitario. Susan Gardner, direttore della divisione ecosistemi dell'Unep, ha dichiarato che l'attuale sistema alimentare è "un’arma a doppio taglio" che fornisce cibo a buon mercato senza tener conto dei costi nascosti per la nostra salute e per il mondo naturale. "Riformare il modo in cui produciamo e consumiamo cibo è una priorità urgente", ha aggiunto.

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