"Mance rubate, 3 euro a consegna e migranti sfruttati", l'accusa dei pm a Uber Eats

La procura di Milano ha rinviato a giudizio 10 persone nell'ambito dell'inchiesta sul sistema messo in piedi in Italia dalla multinazionale Usa: "Condizioni di lavoro degradanti, le vittime preferite i richiedenti asilo"

Non solo pagavano 3 euro per ogni consegna, a prescindere dai km percorsi. Ma avrebbero rubato anche le mance che i clienti lasciavano loro spontaneamente e "puniti" attraverso "una arbitraria decurtazione ('malus') del compenso pattuito, se non si fossero attenuti alle disposizioni impartite". È il duro atto d'accusa della procura di Milano nei confronti di Uber Eats, il servizio di consegne a domicilio della multinazionale statunitense Uber. Dopo mesi di indagine, la procura ha deciso di rinviare a giudizio 10 persone con l'accusa di caporalato e reati fiscali. Sotto accusa, scrive Askanews, c'è anche la manager di Uber Italy Gloria Bresciani e la società di intermediazione Frc.

Secondo l'accusa formulata dal pm Paolo Storari, la manager di Uber Italy e altri 3 indagati "utilizzavano, impiegavano e reclutavano rider incaricati di trasportare a domicilio prodotti alimentari, assumendoli presso le imprese Flash Road City e Frc, per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, migranti e richiedenti asilo, dimoranti presso centri di accoglienza straordinaria e provendimenti da zone conflittuali (Mali, Nigeria, Costa d'Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan e Bangladesh) e pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale".

I lavoratori, si legge ancora nel capo di imputazione, non solo venivano "pagati a cottimo 3 euro a consegna, indipendentemente dalla durata del percorso da percorrere e pertanto in modo sproporzionato rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro prestato". Erano anche "derubati delle mance che i clienti lasciavano spontaneamente ai riders quale attestazione della bontà del servizio svolto" e "puniti attraverso un'arbitraria decurtazione del compenso pattuito, qualora i riders non si fossero attenuti alle disposizioni impartite".  E ancora: i rider impiegati da Uber Eats venivano in certi casi "depauperati delle ritenute d'acconto che venivano operate, ma non versate" e perfino "estromessi arbitrariamente dal circuito lavorativo di Uber attraverso il blocco dell'account a fronte di asserite mancanze lavorative". Così "i rider venivano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti, con un regime di sopraffazione retribuitivo e trattamentale, come riconosciuto dagli stessi dipendenti Uber".

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Alle società di intermediazione è stato contestato anche il reato di frode fiscale, perché hanno depositato in una cassetta di una banca in via Lorenteggio a Milano 305mila euro (considerati provenire dall'attività illecita), di cui una parte veniva caricata nel baule dell'auto, per sottrarla al provvedimento di sequestro che di lì a poco sarebbe scattato, scrive l'Agi. 

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