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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Ambiente&Clima

Tutti i 'buchi' della legge anti-deforestazione dell'Unione europea

Greenpeace anticipa l'uscita della direttiva Ue ed elenca i punti critici. Le coltivazioni di mais e gomma non incluse tra quelle regolamentate

Una direttiva monca e piena di falle. Questo il j'accuse lanciato da Greenpeace nei confronti della Commissione europea, che il 17 novembre dovrebbe presentare una proposta contro deforestazione, distruzione degli ecosistemi e violazione dei diritti umani.

Sotto la pressione di Parlamento, attivisti ed Ong, l'esecutivo comunitario dal 2020 si è impegnato nella lotta a questi fenomeni allo scopo di garantire la salvaguardia del pianeta e dei popoli che lo abitano. Avanza sempre più, infatti, la distruzione delle foreste e degli ecosistemi per far posto alla produzione di materie prime e derivati. Un fenomeno globale che include l'Unione europea, responsabile del 17% della deforestazione tropicale legata al commercio internazionale di prodotti di base come carne, olio di palma o soia. Al contempo, anche le foreste dell'Ue stanno soffrendo perché sono sempre più frammentate e perdono biodiversità.

La direttiva però non centrerebbe appieno gli obiettivi, secondo la denuncia lanciata da Greenpeace. La nota associazione ambientalista è riuscita ad esaminare le bozze del progetto trapelate sinora e indica quali sono i 'grandi assenti' per una normativa davvero efficace nella lotta alla deforestazione e alla tutela dei popoli indigeni e delle comunità autoctone. Ecco una lista delle omissioni cruciali denunciate:

Ignorati altri ecosistemi a rischio

La Commissione si sarebbe concentrata solo sulle foreste, ma dalla protezione mancherebbero molti altri ecosistemi, che vengono distrutti per produrre beni per il consumo europeo. Ad esempio non sarebbero prese in considerazione le zone umide, come il Pantanal del Brasile, distrutto per liberare i pascoli per le mucche, o le savane come il Cerrado, al centro di interessi giganteschi per piantare la soia. Nessuna attenzione verso le torbiere in Indonesia, che fanno gola a chi produce olio di palma e cellulosa. Esattamente come le foreste, questi altri ecosistemi sostengono il sostentamento di molti popoli indigeni, ospitano specie rare e giocano un ruolo importante nell'assorbire l'anidride carbonica e combattere il cambiamento climatico.

Mancano gomma, mais, alcuni tipi di carne e i prodotti derivati

Sarebbero solo sei i prodotti la cui produzione viene regolamentata nella proposta di legge: manzo, olio di palma, soia, caffè, cacao e legno. Le bozze escluderebbero in particolare la gomma e il mais, che pure sono responsabili della deforestazione e andrebbero regolamentati. L'eliminazione sarebbe una conseguenza, secondo le critiche, da un uso di numeri errati da parte della Commissione. Anche la produzione di carni (come il maiale e il pollame) sarebbe fuori dalla lista di tutela. Più in generale, Greenpeace critica la scelta di elencare i prodotti derivati uno per uno, anziché far ricorso ad una clausola generale, che copra qualsiasi prodotto che derivi da materie prime a rischio forestale ed ecosistemico. Questo garantirebbe delle facili scappatoie per le aziende. Emblematico il caso della soia. La legge, pur includendola come merce in sé, non coprirebbe altri derivati e residui solidi di soia, nonostante costituiscano una parte importante dei prodotti importati nell'Ue.

Escluse le leggi internazionali sui diritti umani

Tra i requisiti per piazzare i prodotti sul mercato dell'Ue non sarebbe incluso il rispetto delle leggi internazionali sui diritti umani. La Commissione infatti baserebbe l'accesso al solo rispetto sulle leggi vigenti nei Paesi produttori. Un aspetto critico, visto che diversi governi stanno rimuovendo le protezioni legali per le terre dei popoli indigeni (come sta avvenendo in Brasile) o per le foreste, cruciali per le comunità locali (nella Repubblica Democratica del Congo). Secondo Greenpeace, ignorare gli obblighi di diritto internazionale significa garantire la complicità dell'Europa negli abusi dei diritti umani nei Paesi produttori.

Scappatoie per "Paesi a basso rischio"

La Commissione prevede di introdurre una lista di "Paesi a basso rischio", i cui prodotti non avrebbero bisogno di essere sottoposti a verifiche prima di essere immessi sul mercato dell'Ue. Questo potrebbe portare a scappatoie, distorcere i flussi commerciali a beneficio di questi Stati. Greenpeace chiarisce che è fondamentale che tutte le aziende siano obbligate ad applicare le procedure di due diligence (valutazione e mitigazione del rischio) a tutte le materie prime provenienti da tutti i paesi.

Assenza di controlli per il settore finanziario

Per il settore finanziario non ci sarebbe nessun obbligo nei confronti dell'ecosistema. Le leggi, cui rimanda la bozza, non impediscono a questi enti di alimenare tramite fondi progetti che prevedono la distruzione delle foreste. Secondo Greenpeace, la finanza non può essere esclusa da controlli, dato che da lì provengono importanti fondi di investimento che indirizzano le scelte aziendali delle imprese. 

Rischio complicità

Come ricorda ancora Greenpeace, la tutela delle foreste non è solo una questione ambientale. I popoli indigeni e le comunità autoctone affrontano di continuo violenze, accaparramenti di terre, minacce e molestie per aver difeso le aree naturali dallo sfruttamento. Solo nel 2020, Global Witness ha registrato 227 attacchi mortali a difensori dell'ambiente, il 70% dei quali stava lavorando per proteggere le foreste dalla distruzione. A questo proposito, Sini Eräjää, attivista di Greenpeace per l'agricoltura e le foreste dell'Ue, ha dichiarato: "Le persone in Europa dovrebbero avere la garanzia che nulla nel loro carrello della spesa li renda complici della distruzione della natura. La nuova legge anti-deforestazione dell'Ue deve obbligare le aziende a dimostrare che i loro prodotti non hanno causato deforestazione, distruzione dell'ecosistema o abusi dei diritti umani, se vogliono vendere sul mercato dell'Unione”.

Oltre un milione di persone, tramite una campagna internazionale, hanno chiesto alla Commissione di pubblicare una legge che richieda alle aziende, che vendono prodotti sul mercato europeo, di dimostrare che le loro catene di produzione, trasformazione e distribuzione non contribuiscono alla distruzione di foreste o ecosistemi, né ad abusi dei diritti umani. Per questa ragione, molte aziende sono impegnate a fare promesse pubbliche di "deforestazione zero". In base ad un recente rapporto di Greenpeace, però, numerose imprese e multinazionali stanno facendo pressione sui decisori dell'Ue, per assicurarsi che i requisiti legali per le loro specifiche attività siano pochi e deboli. Il rapporto mette in luce come, ad esempio, le aziende di carta, pasta di legno e gomma spostino su altri la responsabilità, mentre le aziende di carne e mangimi di soia sostengono di aver già affrontato la questione da sole attraverso schemi di certificazione volontari. Altre imprese, come quelle di olio di palma, rifiutano il ruolo dell'Unione europea ad agire contro la deforestazione.

I prossimi passi

La data chiave è il 17 novembre. A quel punto, la pubblicazione della proposta della Commissione darà il via a una serie di negoziati sia nel Parlamento europeo che tra i ministri nazionali. In discussione, innanzitutto c'è la questione di 'chi' debba occuparsene, se i ministri dell'ambiente o quelli dell'agricoltura. I negoziati tra i ministri nazionali dovrebbero iniziare seriamente durante la presidenza francese del Consiglio dell'Ue nella prima metà del 2022. Allora si capirà se l'Ue sarà in grado di colmare I buchi che la separano da una efficace ed autentica lotta per salvare foreste ed ecosistemi, tanto preziosi quanto fragili.

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