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Foto archivio Ansa  EPA/CHRISTIAN BRUNA

Foto archivio Ansa EPA/CHRISTIAN BRUNA

Oli di frittura usati come biofuel? Per l'ambiente potrebbe non essere una buona idea

Sono in gran parte importati da stati asiatici e questo causerebbe emissioni e costringerebbe gli allevatori che ora li usano per produrre mangimi a utilizzare altri prodotti la cui produzione è più nociva per il clima

In Europa sono in forte aumento le importazioni di olio da cucina usato che viene utilizzato per produrre biodiesel, un carburante ritenuto un'alternativa importante per ridurre le emissioni di carbonio dei veicoli a benzina e diesel. Ma secondo uno studio nonostante l'importanza del riutilizzo di questo prodotto che altrimenti dovrebbe essere smaltito, la pratica non sarebbe sostenibile per il pianeta. Il biofuel è generalmente prodotto attraverso una miscela di combustibili fossi e olio ricavato da piante e ortaggi e le stime suggeriscono che il suo impiego nei motori può portare a emissioni zero di carbonio. Per lungo tempo la produzione del biocarburante ha contribuito direttamente alla deforestazione poiché un tempo l’olio di soia e quello di palma erano i suoi principali componenti. Per questo, nell'ultimo decennio circa, l’olio da cucina usato (Uco) e il grasso da trucioli sono stati largamente impiegato come materia prima alternativa per la fabbricazione del biofuel. Ma, come sostiene un rapporto del gruppo Transport & Environment, l’impiego dell’olio da cucina usato non è totalmente positivo perché più della metà viene importato, causando comunque ingenti danni ambientali.

Come spiega la Bbc l’importazione del Uco è negativa per l’ambiente sia per il trasporto, ma soprattutto per i danni che causa alle popolazioni e ai territori da cui viene esportato. L'Uco, poiché è considerato un materiale di scarto, in Thailandia, in Indonesia e in Malesia, i principali Paesi da cui viene acquistato, è stato a lungo utilizzato per nutrire gli animali visto che dopo appositi trattamenti più essere trasformato in bioproteine, sostanze molto ricche dal punto di vista nutritivo e facilmente digeribili. Secondo l’indagine è proprio qui che nasce il problema: per permettere le esportazioni, con cosa stanno sostituendo l’olio da cucina usato gli abitanti di questi territori? "Poiché noi lo stiamo acquistando, queste popolazioni hanno meno olio di scarto da impiegare per le cose per le quali lo stavano utilizzando in precedenza", ha affermato Greg Archer di Transport & Environment, “per questo stanno comprando più olio vergine, soprattutto olio di palma perché è quello più economico che hanno a disposizione”. Archer ha spiegato che quindi nonostante abbiamo smesso di contribuire direttamente alla deforestazione, in questo modo la stiamo “incoraggiando indirettamente nel sud-est asiatico”.

Un altro grosso problema con l’olio da cucina usato è il sospetto di frode lungo la catena di approvvigionamento e la preoccupazione è che alcuni trader senza scrupoli stiano diluendo l’Uco con olio di palma. Secondo alcuni esperti questa sarebbe una pratica molto diffusa poiché non vengono effettuati test sui materiali. Tuttavia, queste ipotesi di frode sono state respinte dall Eruopean Waste-to-Advanced Biofuel Association (Ewaba), che afferma che “esistono solidi schemi di certificazione”. “È risaputo che la Commissione europea ha adottato misure importanti per frenare completamente le pratiche non corrette nei mercati dei biocarburanti", ha affermato Angel Alberdi, segretario generale di Ewaba e ha rassicurato che “un nuovo database sviluppato dall’Ue garantirà che i dati sul commercio, la certificazione e la sostenibilità su tutti i bio-liquidi dovranno essere registrati”. Ma per gli esperti di Transport & Environment l'idea del database, proposta per la prima volta nel 2018, non sarebbe efficace per arginare le sospette frodi.

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