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Domenica, 29 Maggio 2022
Ambiente&Clima

Con la scusa dell'impennata dei prezzi, le big food vogliono continuare a deforestare

Cinque multinazionali dell'agroalimentare, che avevano promesso di contribuire alla tutela dell'ambiente, ritrattano gli impegni assunti e provano a boicottare il progetto Ue

Divieti e promesse non bastano. I giganti dell'agroalimentare vogliono continuare a deforestare, nonostante si siano impegnati ad accelerare i loro sforzi per la protezione delle foreste. Il quotidiano britannico The Guardian ha ricostruito come cinque delle più grandi aziende agroalimentari del mondo hanno provato a indebolire il progetto di legge dell'Ue che vieta le importazioni di cibo legate alla deforestazione. Nel corso della Cop26, tenutasi a Glasgow lo scorso novembre, gli amministratori delegati di 10 aziende alimentari con un fatturato combinato di quasi 500 miliardi di dollari avevano giurato di "accelerare l'azione a livello di settore" verso l'eliminazione della deforestazione, spesso connessa a coltivazione di materie prime quali caffè, cacao, soia, olio di palma nonché agli allevamenti intensivi, soprattutto di manzo.

Lettere e allusioni

L'agricoltura è responsabile di un quarto delle emissioni di gas serra del mondo. Per questa ragione, le aziende hanno promesso un piano di riforma della catena di approvvigionamento, in modo tale da bloccare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi entro il novembre 2022. Solo pochi giorni dopo questi annunci, le associazioni di categoria che rappresentano cinque delle aziende coinvolte (Adm, Bunge, Cargill, Ldc e Viterra) hanno avvertito i funzionari europei che ci sarebbe stata un'impennata dei prezzi e di carenze alimentari se l'Ue avesse proceduto con il suo progetto di lotta alla deforestazione. La lettera era indirizzata a Frans Timmermans, commissario che guida il Green Deal, il piano ambientale varato dall'Unione europea per raggiungere la neutralità carbone. Una dichiarazione che è suonata come una sorta di minaccia nei confronti della Commissione europea, che sta varando un piano per bloccare le importazioni di prodotti negli Stati membri, quando ci sia il sospetto che questi provengono da colture frutto di distruzione delle foreste. Un impegno importante, complesso, ma che costituirebbe un passo avanti importante nella lotta ai cambiamenti climatici e alla distruzione degli ecosistemi.

Nella lettera firmata dell'industria, e ottenuta da Greenpeace Unearthed poi condivisa con il Guardian, questa ipotesi di normativa sarebbe "tecnicamente ed effettivamente non fattibile". La proposta dell'Ue potrebbe causare "importanti aumenti di prezzo e problemi di disponibilità", dice la lettera, mentre "riduce l'offerta di cibo a prezzi accessibili, aumentando i costi per gli agricoltori e le industrie con sede nell'Ue, e amplificando i rischi di carenze di fornitura di materiale altamente proteico". Sini Eräjää, attivista di Greenpeace Eu per il settore cibo e natura, ha detto che le richieste avrebbero già reso la legge sulla deforestazione "senza senso". Ad esempio, i meccanismi previsti dal progetto di normativa dell'Ue “permettono di mescolare le merci che soddisfano i criteri legali di sostenibilità con quelle che non lo fanno", sostiene l'attivista.

La difesa delle aziende

A fronte delle accuse mosse da Greenpeace, le reazioni di giganti dell'agroalimentare non si sono fatte attendere. Un portavoce di Viterra, multinazionale specializzata nel grano, sostiene che la lettera era intesa "a creare la consapevolezza di possibili sfide che potrebbero influenzare negativamente le importazioni in Europa". Adm, azienda statunitense che fornisce ingredienti per l'industria alimentare e mangimistica, ricavati dalla lavorazione di semi e cereali, sostiene che l'attuale proposta dell'Ue "creerebbe un mercato a due livelli, uno per l'Europa e uno per il resto del mondo". Le big food, pur di difendere i propri interessi, hanno persino usato come paravento gli interessi degli agricoltori. In una lettere indirizzata alla ministra francese della transizione ecologica, Barbara Pompili, le industrie sostengono che l'uso di "dati di geo-localizzazione" per rintracciare le origini dei prodotti costituirebbe un problema per i contadini.

I gruppi che rappresentano più di 34.000 coltivatori di cacao ivoriani hanno però respinto questa affermazione, in una lettera indirizzata ai ministri e agli eurodeputati dell'Ue datata 1 marzo. La tracciabilità digitale, sostengono i contadini, offrirebbe invece una "opportunità unica" per affrontare questioni di equità sociale come il rispetto dei prezzi ufficiali del cacao, il mancato pagamento dei premi di sostenibilità promessi e la repressione degli intermediari della catena di approvvigionamento e delle cooperative illegali nelle foreste protette. Bakary Traoré, direttore di Idef, una Ong in Costa d'Avorio, ha aggiunto che le pressioni dell'industria sono state fatte più per "salvaguardare il controllo delle grandi compagnie sul settore, che per migliorare la vita dei piccoli proprietari".

Il settore agroalimentare sta vievendo un periodo molto complesso, a causa dell'incremento dei prezzi delle materie prime, dei fertilizzanti e dei mangimi, aggravato dal conflitto in Ucraina, che sta avendo gravi ripercussioni in particolare su grano, mais e oli vegetali. Le multinazionali potrebbero approfittare della crisi generale per tutelare i loro interessi e sottrarsi agli impegni assunti, mettendo in secondo piano le priorità di tutela ambientale. 

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