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Domenica, 5 Febbraio 2023
Filiera

Aglio fresco importato in Europa come 'congelato'. "La Cina lo fa per evitare dazi doganali"

I produttori europei spingono affinché Bruxelles modifichi le regole sulle tariffe. La presunta truffa deriva dalla diversa temperatura utilizzata per il trasporto

I nuovi signori della truffa si occupano di aglio e lo fanno arrivare dalla Cina. Il prezioso bulbo, dai molteplici usi in cucina e noto per i benefici per la salute,  è al centro di una battaglia che vede contrapposte Bruxelles e Pechino. Tutto parte dalla constatazione che enormi quantità di aglio cinese vengono importate come 'congelate', ma si tratterebbe in realtà di un prodotto fresco, a causa della bassa temperatura utilizzata durante il trasporto. Non si tratta solo di gradi centigradi, visto che la differenza è sostanziale: in questo modo si evitano ingenti dazi doganali che gravano solo sul prodotto fresco. I produttori d'aglio dell'Unione europea accusano quelli cinesi di ingannare l'Ue con questo escamotage. La battaglia è approdata a Bruxelles ed è destinata modificare le carte in tavola nel codice delle importazioni.

Tariffe diverse

Immettendo il prodotto in Europa con il codice doganale Taric dell'aglio congelato, si esenta il prodotto dalla tariffa aggiuntiva di 1,2 euro per chilogrammo stabilita per l'aglio fresco che arriva da fuori il blocco dei 27. L'affare non è di poco conto visto che l'Ue importa oltre 28mila tonnellate di aglio congelato all'anno. Il volume così elevato ha destato i sospetti dei produttori europei, che da diverso tempo denunciano la pratica. L'entità dell'evasione si attesterebbe a 26,1 milioni di euro nel solo 2018, secondo i calcoli dell'l'Associazione spagnola dei produttori e dei commercianti di aglio (Anpca).

Cina padrona

Ma da dove deriva questa mole impressionante di importazioni? L'aglio ha avuto un'impennata finanziaria tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Come aveva ricostruito il portale britannico Gro Intelligence, ad investire in questo prodotto è stata innanzitutto la Cina, che ha incrementato gli ettari raccolti di quasi tre volte dal 1970 al 2013, inondando il mercato con un prodotto a basso costo. Tra i fattori che hanno influito sull'esplosione dell'aglio cinese, gli esperti indicano la de-collettivizzazione delle aziende agricole e quindi la maggiore competitività tra produttori, il basso costo della manodopera e l'uso eccessivo di fertilizzanti. In breve tempo gli agricoltori cinesi sono riusciti non solo a sfamare la popolazione interna, ma anche ad esportare a livello globale.

Dazi e ritorsioni

Oggi l'83% dell'aglio a livello mondiale viene coltivato nel Paese di Mao. I prezzi sono crollati e a soffrirne maggiormente sono stati i produttori tradizionali delle altre aree del mondo. Ne sono seguite sollevazioni e sfide internazionali, al punto da scatenare una guerra commerciale in Asia alla fine degli anni '90. Quando la Corea del Sud ha imposto una tariffa del 315% sulle importazioni di aglio cinese, Pechino ha risposto con una ritorsione sulle importazioni di telefoni cellulari e polietilene provenienti da Seul. La Corea ha dovuto infine accettare di ridurre in maniera sostanziale il dazio sulle importazioni per evitare conseguenze peggiori.

Protezionismo europeo

Rispetto ai rapporti con l'Ue, già nel 1993 Bruxelles aveva verificato che i prezzi per tonnellata in Cina erano tre volte più bassi di quelli della Spagna, che è il principale produttore europeo. Sono scattate poi le accuse per i coltivatori cinesi di sbiancare l'aglio e di venderlo anche se sono presenti muffe o insetti all'interno. Alle questioni economiche si sono sommate così preoccupazioni di carattere sanitario. La Commissione Europea ha stabilito all'epoca un limite alle importazioni, pari a 33.700 tonnellate, poi elevato nel 2014 a oltre 46mila tonnellate. Con la misura protezionistica si è cercato di evitare il crollo totale della produzione negli Stati membri, Italia inclusa.

Contrabbando internazionale

Quando la Cina è entrata a far parte dell'Organizzazione mondiale del commercio, l'Ue ha stabilito che tutto l'aglio che superava il limite della quota prestabilita sarebbe stato soggetto a una tariffa del 9,6% e ad una tassa aggiuntiva di 1.200 euro per tonnellata. Ciò nonostante, la presenza di aglio cinese nei mercati europei non si è arrestata. La domanda è incessante. Per aggirare le misure protezionistiche dell'Ue è stato messo in piedi un complesso sistema di contrabbando, di livello non inferiore a quello delle sigarette negli anni '80. Nel 2006 l'Ufficio europeo per la lotta anti-frode ha calcolato almeno 60 milioni di euro di perdite derivanti dal contrabbando di prodotti alimentari, con l'aglio cinese al terzo posto per numero di casi, subito dopo lo zucchero e la carne.

Temperature falsate

Adesso emerge che uno dei metodi per frodare l'Ue consisterebbe nell'utilizzare temperature di -3°C o -4°C, per cui il prodotto è di fatto fresco. Come ha ricordato nella sua interrogazione l'eurodeputata spagnola Clara Aguilera del gruppo dei Socialisti, in base ad una sentenza della Corte di giustizia Ue la classificazione "congelato" significa che l'aglio si trova a una temperatura inferiore a -20°C. Questa informazione non è però inclusa nel codice tariffario, quindi non viene verificata dagli ispettori doganali, che lasciano quindi entrare negli Stati membri aglio fresco spacciato come 'congelato'.

Diserbante vietato

Le associazioni dei produttori chiedono alla Commissione di aggiornare il codice doganale secondo la regola stabilita dal tribunale europeo, in modo che gli ispettori siano adeguatamente informati su come svolgere le loro mansioni. I coltivatori europei fanno presente anche un altro grave problema, che ridurrebbe ulteriormente la redditività della coltura. Si tratta del divieto di utilizzare un erbicida privo di un sostituto. La sua scomparsa comporterebbe la necessità di diserbare a mano, rendendo la coltivazione tremendamente costosa, dicono i produttori. Lamentano poi che il veto sarebbe efficace solo nell'Ue e non per i coltivatori dei Paesi esterni al blocco dei 27.

Etichette modificate

Ad ottobre la delegazione del settore nazionale dell'aglio spagnolo, sostenuta dagli omologhi di Italia, Francia e Portogallo, si è recata a Bruxelles per ottenere una moratoria per continuare a usare il pesticida fino a quando non verrà elaborato un sostituto. Il settore è preoccupato anche perché alcuni venditori e supermercati starebbero cambiando l'origine dell'aglio nelle etichette dichiarando ad esempio che il prodotto proviene dall'Italia o dalla Spagna, mentre in realtà è cinese. Si attende a breve un confronto tra i membri della commissione Agricoltura e quelli dell'esecutivo europeo per digerire la questione.

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