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Giovedì, 23 Maggio 2024
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Perché l'Italia vuole andare oltre l'extra vergine d'oliva

Una produzione in calo, frammentata e con molteplici varietà. La filiera cerca un'etichetta alternativa che sintetizzi le qualità dei territori per distinguersi da altri prodotti, comunitari e non

Una produzione unica in termini di qualità, nonché percepita come la migliore al mondo da molti consumatori stranieri, ma estremamente frammentata. Parliamo di olio d'oliva. Più che un condimento un toccasana della nostra alimentazione, che fatica però a imporsi sul mercato. La concorrenza spietata della Spagna e quella (in declino) della Grecia sottraggono molti acquisti, soprattutto all'estero. I vertici della filiera olearia stanno provando a ragionare su nuovi metodi di lavoro e aggregazione, nonché su un termine in grado di riassumere le caratteristiche degli olii italiani, oltre 500 le varietà coltivate sul nostro territorio, e distinguere il prodotto dal semplice "extra vergine d'oliva".

Volumi in calo

Se ne è parlato nel corso di una conferenza organizzata da Confagricoltura, in collaborazione col marchio Carapelli, durante la quale si è discusso di qualità, filiera e frantoi per capire come contrastare il calo dei consumi dovuti all'inflazione recente e soprattutto creare tutele specifiche per produttori ed imbottigliatori, senza cadere nella trappola della competizione interna. Il primo problema riguarda i volumi. "La produzione di olio d'oliva in Italia è in calo strutturale: tra condizioni climatiche avverse, frammentazione produttiva, volatilità dei prezzi e della redditività, nell'ultimo triennio (2020-2022) la produzione media è stata inferiore alle 300mila tonnellate, contro le oltre 500mila del triennio 2010-2012", ha evidenziato Walter Placida, presidente della federazione nazionale di prodotto olio di Confagricoltura. Per capire cosa si intenda per frammentarietà bisogna guardare ai dati: il 40% delle aziende italiane ha meno di 2 ettari di oliveto e appena il 2,5% va oltre i 50 ettari. Al contempo significa però grandissima varietà.

Produttori biodiversi

Nell'arco di tre anni il mercato agroalimentare è stato spaccato prima dall'avvento della pandemia, poi della conflittualità tra Russia ed Ucraina. Situazioni che hanno generato scompensi e un aumento esponenziale dei costi di produzione insieme con una riduzione dei consumi. A soffrirne anche l'olio, nonostante i consumatori italiani lo reputino ancora un bene essenziale su cui non si è disposti a risparmiare troppo. "Siamo un Paese di produttori bio-diversi perché abbiamo più di 550 oli differenti", ha dichiarato Placida, proseguendo: "Abbiamo olii tipicamente di altissima qualità e non ci sono più 'regioni scarse' e quelle virtuose, dato che adesso la produzione di qualità si verifica su tutto il territorio nazionale". L'esperto ha però sottolineato come l'olivicoltura abbia perso terreno rispetto agli anni '70, '80, '90, mentre qualche nazione, come la Spagna, ha investito con maggiore incisività rispetto all'Italia.

Olive estere

Poi c'è il fattore del "risparmio" da parte delle stesse grandi aziende italiane. Secondo i dati Nomisma relativi al settore gran parte dei consumi assorbono marchi italiani che fanno ricorso però ad olive dell'Unione europea, mentre restano marginali gli acquisiti di bottiglie di eccellenza, con gli oli Dop che rappresentano appena il 2% dei consumi. "Bisogna coniugare la nostra unicità con quello che richiede il mercato. Per poter rilanciare l'agricoltura italiana bisogna fare in modo che quel 2% del Dop aumenti perché è la parte più rappresentativa della nostra unicità rispetto al resto del mondo", ha affermato Placida, per rivelare poi una delle proposte cui si sta lavorando nel settore.

Un'etichetta peculiare

"Da tempo valutiamo l'ipotesi di trovare una dicitura diversa da quella di Olio extravergine d'oliva (Evo), perché ormai rispecchia tanti prodotti e non è indicativo solo del nostro prodotto", ha sottolineato l'esperto. Se fino a poco tempo la dicitura Evo era indice di qualità, oggi vi rientra un po' di tutto, da oli comunitari a quelli extracomunitari, che hanno invaso il mercato nostrano grazie a prezzi ridotti e regole meno stringenti per quelli provenienti da Paesi esterni al blocco europeo.

Criteri di sostenibilità

Il discorso si intreccia con quello della sostenibilità, con la produzione agricola che rappresenta uno dei pilastri per la lotta ai cambiamenti climatici e alla riduzione delle emissioni. Su questo punto è intervenuto Pasquale Di Rubbo, analista della direzione generale Agricoltura a Bruxelles (Dg Agri), che ha illustrato le sfide e le azioni per conseguire la "neutralità carbone" che l'Ue prospetta di raggiungere entro il 2050. Tra gli strumenti indicati per il raggiungimento degli obiettivi, l'esperto ha parlato anche lui di strumenti di valorizzazione. "Stiamo lavorando ad una 'etichettatura di sostenibilità', sia sociale, che ambientale ed economica", ha svelato Di Rubbo. "Finora abbiamo affrontato l'etichettatura in modo verticale, mentre ora stiamo pensando ad un approccio volontario per informare i consumatori sulla qualità dei prodotti, ma che funga anche da incentivo per gli agricoltori affinché si investano in questi sforzi", ha evidenziato il funzionario della Commissione. Tra i criteri di valutazione della sostenibilità, sono stati citati il giusto prezzo, la biodiversità, il benessere animale e i profili nutrizionali. Tutti elementi che saranno oggetto di atti delegati, che dovrebbero completare una prossima legge quadro sulla sostenibilità alimentare su cui è al lavoro l'esecutivo europeo.

Tutele

Su questo tema è tornato Placida, mettendo in luce benefici e ostacoli. "Bisogna puntare su sostenibilità ecologica ed etica, ma i costi sono elevati perché questo approccio genera ulteriori costi alle produzioni primarie. Bisogna creare una tutela nella gestione delle produzioni italiane ed europee", ha sottolineato l'esperto di Confagricoltura, proseguendo: "Non possiamo accettare l'immissione di olii extracomunitari che non rispettino questo approccio, altrimenti ci facciamo concorrenza tra noi". Resta da capire come si concilierà l'eventuale etichetta italiana con quella europea, se la prima sarà in grado di integrare valori e requisiti richiesti dall'Ue esaltando al contempo le varietà degli olii dello Stivale. O se non si rischia invece di aumentare nel consumatore un senso di confusione rispetto alle tante informazioni da elaborare nel corso di una spesa diventata per molti frettolosa e che si esaurisce nei pochi momenti lasciati liberi dal lavoro.

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