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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Consumi e salute

L'Italia rimanda la "tassa sullo zucchero". Sollievo da parte dell'industria delle bevande

Nel resto d'Europa è già attiva in dieci Paesi, tra cui Belgio, Francia e Portogallo. Secondo l'Oms è utile per ridurre i rischi associati a obesità, diabete e altre malattie

Niente tassa sullo zucchero nella legge di bilancio. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha deciso di posticipare di 12 mesi la sua entrata in vigore, rimandando anche l'approvazione della tassa sulla plastica. Tirano un sospiro di sollievo le aziende che fanno ampio uso di zuccheri nelle bevande. Vista come un 'balzello' ingiusto dalle imprese, l'Organizzazione mondiale della salute la reputa invece uno strumento utile affinché i cittadini adottino stili di vita più equilibrati e sani e le imprese alimentari modifichino le ricette dei loro prodotti. In Europa già dieci Paesi hanno deciso di introdurla.

Chi l'ha già introdotta

Nel nostro Paese l'idea di introdurre la cosiddetta 'sugar tax', cioè l'imposta sulle bevande zuccherate, risale al 2019, ma finora la sua applicazione è sempre stata rimandata. Nell'Unione europea i Paesi che hanno deciso di adottarla sono: Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Irlanda, Lettonia e Portogallo. Nel continente l'hanno approvata anche Principato di Monaco, Norvegia e Regno Unito. Secondo l’Ufficio europeo per la Prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili dell’Oms, la strada da fare è ancora lunga, trattandosi solo del 19% degli Stati rispetto ai 53 che rientrano nella zona considerata. In uno studio diffuso a inizio 2022 sullo European Journal of Public Health l'ufficio ha identificato i diversi principi a cui si ispirano le tasse e come funzionano nel concreto.

Obiettivi comuni

L'obiettivo generale è di ridurre il consumo dei prodotti con elevate quantità di zuccheri, reputati tra i principali responsabili dell’aumento del peso e dell’obesità. In alcuni casi la norma riguarda anche le bevande in cui lo zucchero è naturalmente presente e quelle con dolcificanti artificiali. In base alle ricerche, è dimostrato che un aumento di prezzo determinato dall'imposta induce i produttori a modificare le ricette. Al tempo stesso i consumatori vengono sensibilizzati affinché prestino maggiore attenzione ai prodotti che acquistano.

Formule diverse

Al di là di questi punti comuni, ogni Paese ha scelto di applicare formule diverse dell'imposta. Alcuni Stati includono quasi tutti gli alimenti, fatta eccezione per acqua e alcol, altri limitano l'applicazione alle bibite zuccherate. In questa gamma possono rientrare succhi di frutta e bevande vegetali, come pure i cosiddetti 'energy drink' e le acque aromatizzate. C'è chi effettua i calcoli sulla quantità di zuccheri assoluta e chi sulla base del contenuti in grammi ogni 100 ml. È diverso anche l'atteggiamento dei governi rispetto alle industrie. Alcuni Paesi procedono con campagne drastiche, che tendono a demonizzare determinati prodotti, mentre altri preferiscono premiare i produttori che si impegnano in nuove ricette.

Maggiore gettito fiscale

Per funzionare, la tassa non deve colpire i consumatori, ma le industrie produttrici. I ricercatori hanno notato che il modo in cui la tassa è formulata non è statica. Paesi come Francia e Portogallo l'hanno modificata varie volte, provando a migliorarla nel tempo.  Occorre poi comunicare in maniera chiara che il gettito in entrata sarà destinato a precisi scopi sanitari. "Introducendo tasse sulle bevande zuccherate, i Paesi possono ridurne i livelli di consumo e, con esso, i rischi associati di sovrappeso e obesità, diabete e altre malattie" ha dichiarato Kremlin Wickramasinghe, a capo dell’ufficio dell’Oms che ha redatto il rapporto. "Le azioni politiche raccomandate dall’Oms conducono a un allungamento della vita e aumentano il benessere” ha concluso l'esperto in prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Opposizione sistematica

Quando la sugar tax si profila all'orizzonte un elemento non manca mai: l'opposizione delle aziende. La stessa Coca-Cola Europe, nota lo studio, ha inserito la sugar tax nella mappa delle 49 minacce per l'attività di un'azienda. Tra gli obiettivi prioritari destinati alle lobby delle bevande c'è la raccomandazione di "reagire" appena l'imposta sullo zucchero viene proposta. In Italia la reazione è passata anche per le vie giudiziarie pur di impedirla. L'Assobibe, associazione che rappresenta l'industria delle bevande analcoliche, ha presentato un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) contro il decreto attuativo della sugar tax. Nel luglio 2021 i giudici hanno deciso di rinviare la questione alla Corte costituzionale per stabilire se la norma aveva effettivamente profili di legittimità costituzionale, dato che 'discriminerebbe' solo alcune industrie.

Alleanze e strategie

Nello studio, gli esperti dell'Oms suggeriscono che per ridurre al minimo l'influenza delle imprese è necessario comunicare la tassa come una priorità pubblica, coinvolgendo il meno possibile i produttori nell’elaborazione delle norme. Andrebbe data priorità invece alle associazioni non governative, come quelle dei pazienti (per esempio chi soffre di diabete di tipo 2) e quelle per la promozione della salute dei bambini, nonché di società scientifiche. Sono loro i principali alleati di un governo che decida di adottare un'imposta sullo zucchero efficace.

Assenza di alternative

Nella formulazione italiana, l’imposta sarebbe applicata a tutte le bevande dolci, con zucchero o con edulcoranti, inclusi i succo di frutta (che contengono una parte di zuccheri non aggiunti). Secondo i produttori non vengono lasciate loro alternative ai produttori in materia di innovazione o riformulazione dei prodotti. "Da anni ci battiamo perché venga riconosciuta la natura discriminatoria della Sugar tax, oltre che la sua inutilità ai fini salutistici e di gettito per lo Stato, soprattutto a fronte dell’impatto che avrebbe su imprese, filiera e posti di lavoro”, ha dichiarato il presidente di Assobibe Giangiacomo Pierini, commentando positivamente la decisione del governo di posticipare l'entrata in vigore della norma. La norma, lamenta l'organizzazione, si traduce in un aumento del 28% della pressione fiscale su un litro di bevanda analcolica, con un effetto recessivo (stime Nomisma) che comporterebbe una riduzione dei consumi di oltre il 10% nel 2023. I posti di lavoro a rischio sarebbero 5.000, con l'impatto maggiore che graverebbe soprattutto sulle piccole e media imprese, che in Italia rappresentano il 64% del settore.

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