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Sabato, 13 Agosto 2022
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“La Pac penalizza grandi colture come mais e grano, saremo costretti ad importarne sempre di più”

Intervista a Philip Thurn Valsassina, presidente della Federazione nazionale cereali foraggeri di Confagricoltura, che delinea un quadro fosco per i seminativi

Pandemia e guerra hanno colpito duramente il settore agricolo, in particolare quello dei seminativi, aggredito da tagli ai sussidi e prezzi dei concimi alle stelle. AgriFood ne ha parlato con Philip Thurn Valsassina, presidente della Federazione nazionale cereali foraggeri di Confagricoltura, che oscilla tra critiche aspre alla Politica agricola comune (Pac) e un cauto ottimismo verso le misure che l'Ue destinerà alle nuove generazioni.

Il settore dei cereali per foraggi e mangimi è stato duramente colpito dalla guerra in Ucraina. La riduzione delle importazioni ha favorito in qualche modo una riprese di queste coltivazioni in Italia?

In realtà no, perché il conflitto ha frenato ulteriormente il settore. Da un lato a causa della crisi della logistica, visto che i trasporti per l'import e l'export sono caratteristici di questi prodotti. La stretta degli approvvigionamenti dall'estero è coincisa poi con un innalzamento dei prezzi di produzione. Una coltura come quella del mais doveva risultare più appetibile per l'Italia con la frenata delle importazioni, ma la riconversione non è avvenuta perché necessita molto di concimi, quali azoto, fosforo e potassio, che provengono in larga parte da Paesi comunque coinvolti nel conflitto, come Russia e Bielorussia.

A febbraio, quando bisognava decidere cosa coltivare, gli agricoltori si sono trovati davanti costi da sostenere talmente elevati da rinunciare. D'altronde chi ha deciso di seminarle comunque, oggi forse se ne sta pentendo dato che si è sommata anche la siccità e il mais, pur godendo di un alto livello di conversione, è anche molto esigente dal punto di vista idrico.

Cosa prevede la Pac per i seminativi? Offre più opportunità o limitazioni?

In primo luogo va detto che la Pac è come se non fosse stata influenzata dai drammatici eventi di questi anni. Nonostante pandemia e guerra, Bruxelles ha deciso di non allargare le maglie delle norme, come noi avevamo richiesto, pur di dare seguito agli slogan ecologisti tipo Farm to fork o Green deal. Il contributo più colpito è proprio il primo pilastro, destinato alle colture estensive, tipiche proprio di grano e mais. La conseguenza è che molte aziende rinunceranno ai contributi dell'Ue perché ci sono limitazioni eccessive in nome della sostenibilità.

Non escludo che il piano sia proprio quello di ridurre un sistema di distribuzione dei fondi agricoli. Questo però significa che l'Italia dovrà importare sempre più cibo, dato che le nostre aziende non potranno più essere competitive con quelle extra-Ue, che invece non sottostanno alle stesse regole. In definitiva, l'ambiente non migliorerà.

E per quanto riguarda il ricambio generazionale, necessario nel nostro Paese, come influisce la Pac?

Su questo tema ammetto che c'è maggiore attenzione con misure previste sia nel primo che nel secondo pilastro. Il ricambio è indispensabile perché i giovani sono più propensi ad un approccio imprenditoriale. La realtà italiana è molto frammentata e le famiglie numerose non riescono a vivere delle colture di loro proprietà, però le nuove generazioni si stanno allontanando dalla vita d'ufficio per riscoprire e recuperare le terre dei nonni al fine riconvertirle in colture specializzate, come vedo fare qui in Friuli con gli ulivi e lo zafferano. Il futuro delle sostenibilità imprenditoriale in agricoltura è nelle loro mani affinché i prodotti agricoli vengano pagati dai consumatori e non dai contribuenti, come avviene oggi tramite il sistema dei sussidi.

Tornando alla siccità, come può reagire il settore agricolo in una situazione ormai endemica e non emergenziale?

Dobbiamo imparare a gestirla con dinamismo e rapidità, creando immediatamente strutture e soluzioni idonee. Per gli invasi, ad esempio, non possiamo aspettare vent'anni in attesa dei risultati delle analisi sull'impatto ambientale. Proprio come per la gestione della fauna selvatica, in enorme crescita in alcune aree, se non agiamo oggi le soluzioni di domani rischiano di essere ancora più drastiche.

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