Sabato, 23 Ottobre 2021
Ambiente&Clima

L'agricoltura sta prosciugando l'acqua dell'Europa. E la Corte dei conti Ue punta il dito contro Bruxelles

Secondo una relazione dell'ente, nella Pac vengono concesse troppe esenzioni alle regole e gli Stati membri sostengono l'utilizzo di pratiche non sostenibili

L'Unione europea non è in grado di garantire che le risorse idriche vengano sfruttate in modo sostenibile dagli agricoltori, anzi con la Pac addirittura starebbe sostenendo gli sprechi concedendo troppe esenzioni rispetto alle norme comunitarie in materia. Di fatto insomma la Politica agricola comune incentiverebbe un maggiore utilizzo di acqua, anziché promuovere una maggiore efficienza. Queste le conclusioni dell’ultima relazione speciale della Corte dei conti Ue, che punta il dito contro gli Stati membrisostenendo che sprechi non solo spesso non vengono sanzionati, ma sono talvolta incoraggiati (direttamente o indirettamente) dalle stesse autorità nazionali, anche attraverso un ampio schema di deroghe che di fatto esenta molte aziende agricole dagli standard più stringenti in materia.

Fino ad ora, “le politiche dell’Ue non sono state abbastanza efficaci nel ridurre l’impatto dell’agricoltura sulle risorse idriche”, ha dichiarato Joelle Elvinger, membro della Corte e responsabile della relazione, ricordando che “l’acqua è una risorsa limitata, e il futuro dell’agricoltura dell’Ue dipende in larga misura da quanto gli agricoltori la usino in modo efficiente e sostenibile”.

Il rapporto della Corte

Nel rapporto la Corte dei conti fa il punto circa lo stato dell’arte dell’utilizzo idrico nei Paesi membri, elaborando valutazioni e osservazioni circa i diversi aspetti della questione. Stando alle stime, l’agricoltura utilizza circa un quarto del volume totale delle acque estratte in Ue, e di queste una larga parte va per l’irrigazione. Il sostegno che la Pac garantisce ai produttori agricoli è tuttavia controproducente, almeno in termini di sfruttamento dei corpi idrici dell’Unione. Il rapporto denuncia come il consumo di acqua a fini agricoli non sia sufficientemente monitorato dai governi, che anzi in alcuni casi addirittura agevolano un utilizzo estensivo e non sostenibile.

Eppure, considerando gli attuali livelli di sfruttamento, gli obiettivi della direttiva quadro sulle risorse idriche sembrano tutt’altro che vicini. L’attività agricola ha effetti non solo sulla qualità dell’acqua (ridotta dalla presenza di sostanze inquinanti, come i pesticidi), ma anche sulla sua quantità, riducendone drasticamente la disponibilità per utilizzi diversi. Nonostante siano state introdotte delle misure di salvaguardia per l’uso sostenibile delle acque, il problema è lontano dall’essere risolto.

Stress idrico

In questo contesto, la carenza di acqua comporta sul lungo periodo un aumento di quello che gli esperti chiamano stress idrico: peggiore è il saldo tra le risorse idriche utilizzate e quelle estratte, maggiore sarà lo stress cui un paese è sottoposto. Il caso dell’Italia è allarmante: secondo dati Ipsos, il nostro paese è al primo posto in Europa per consumo d’acqua pro capite, con 220 litri al giorno contro una media europea di 165 litri. Di questo passo, avverte il World Resources Institute, l’Italia sarà sotto serio stress idrico entro il 2040.

Sono già numerose in Europa le regioni interessate dalla carenza idrica, ed è verosimile che la situazione si aggraverà nel prossimo futuro a causa dei cambiamenti climatici. Ciononostante, anche in queste aree i produttori agricoli godono di esenzioni generose, senza che venga loro “fatturato” il costo reale dei volumi d’acqua che estraggono (per non parlare, poi, delle sanzioni quasi del tutto inesistenti). Spesso, infatti, l’erogazione dei sussidi europei agli agricoltori non è subordinata al rispetto di obblighi relativi all’utilizzo efficiente delle risorse idriche, mentre dove un meccanismo di condizionalità esiste in principio, nella pratica non produce quasi alcun effetto. La conclusione è chiara: sono le autorità statali, attraverso il debole monitoraggio e la generosità nella concessione di deroghe, a danneggiare in primo luogo gli obiettivi di sostenibilità dell’Unione. Non c’è dubbio, stando alla Corte, che l’Ue abbia finanziato nel corso degli anni aziende e progetti che compromettono l’uso sostenibile delle acque.

La politica agricola comune

La Pac è una delle politiche europee più rodate di sempre: introdotta nel lontano 1962, è tradizionalmente una delle voci di spesa più grandi nel budget dell’Unione. Nel periodo di bilancio appena concluso, dal 2014 al 2020, alla Pac sono stati destinati quasi 400 miliardi di euro, su un totale di oltre mille miliardi: in proporzione, cioè, circa il 40 per cento dei soldi spesi dall’Ue vanno in politiche agricole. Gli obiettivi della Pac (i cui maggiori beneficiari sono Francia, Spagna, Germania e Italia) sono quelli di supportare la produzione agricola europea e sostenere gli agricoltori, tramite finanziamenti ed esenzioni di vario genere. Essenzialmente, la Pac esiste per difendere un settore fondamentale, quello agricolo, dalle incertezze dell’economia globale e lo fa tramite tre strumenti: il sostegno diretto al reddito dei produttori agricoli, misure di mercato per affrontare le congiunture più difficili, e misure di sviluppo rurale.

Nel corso degli anni la Pac è stata riformata più volte, per gestire in modo più efficiente queste immense risorse. Il tema della sostenibilità ha acquisito negli ultimi tempi importanza sempre maggiore: la Pac deve sì supportare il settore agricolo, ma deve farlo incentivando pratiche sostenibili. Per questo, la Commissione ha proposto nel 2018 di integrare negli obiettivi della Pac quelli del Green Deal europeo: se le linee guida verranno approvate, la nuova Pac entrerà in vigore dal 2023, dopo il biennio di “transizione” 2021-22. Ma gli ambientalisti hanno già espresso fortissimi dubbi sulla nuova Pac, sostenendo che non faccia abbastanza per incentivare la transizione ecologica: la strada, insomma, è tutta in salita.

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