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Lunedì, 15 Agosto 2022
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La Corte dei conti Ue rimprovera Bruxelles: “Non sfrutta i big data in agricoltura”

In uso sistemi di calcolo manuali, incapaci di elaborare una mole enorme di informazioni. Automatizzando si saprebbe di più su fertilizzanti, pesticidi e su chi riceve i fondi della Pac

Avremmo a disposizione l'intelligenza artificiale, ma lavorate ancora con il pallottoliere. Esasperando un po' il linguaggio, ma sono queste in sintesi le conclusioni della Corte dei conti europea, che rimprovera la Commissione Ue di utilizzare male i numerosi dati disponibili in agricoltura. I giudici svelano un sistema incapace di delineare misure efficaci sulla base di informazioni concrete, che potrebbero essere recuperate con relativa facilità. La relazione del tribunale, appena pubblicata, sostiene che l'esecutivo dell'Ue non sia stato in grado di capitalizzare le potenzialità offerte dai big data per monitorare la precedente Politica agricola comune (Pac), né per elaborare la nuova, che dovrebbe entrare in vigore nel 2023.

“Pur disponendo di consistenti volumi di dati riguardanti la concezione, il monitoraggio e la valutazione della Pac, la Commissione utilizza attualmente strumenti e dati che non forniscono determinate informazioni essenziali, che sono necessarie per elaborare le politiche dell’Ue su basi documentate”, si legge in una nota diffusa dalla Corte. La conseguenza è che Bruxelles “non dispone di abbastanza elementi per valutare in modo esaustivo le necessità e l’impatto della Pac”. La gravità di questo modus operandi si comprende solo ricordando che l'Ue investe nel settore agricolo oltre un terzo del suo bilancio.

Stiamo parlando di 408 miliardi di euro spesi tra il 2014 e il 2020. Una cifra enorme che serve a sostenere le attività delle aziende che coltivano e allevano nell'Ue. La Pac definisce obiettivi connessi tra loro, che vanno dalla sicurezza dell’approvvigionamento alimentare, dal rafforzamento della protezione ambientale al mantenimento della capacità di sostentamento degli agricoltori, incluso lo sviluppo delle zone rurali. Al fine di stabilire l'efficacia degli strumenti adottati, la Commissione necessita di dati provenienti da un'ampia varietà di fonti, che dovrebbero aiutarla a verificare i risultati concreti ottenuti e il nesso di causalità con le misure intraprese.

“I dati sono essenziali per elaborare politiche valide e i big data stanno diventando lo standard di riferimento anche in agricoltura” ha affermato la giudice Joëlle Elvinger, responsabile della relazione, ricordando che la Commissione europea dovrebbe potenziare la loro analisi, sfruttando maggiormente le loro potenzialità “per analizzare la Pac sulla base di un’ampia gamma di elementi concreti”. Il primo ostacolo per Bruxelles riguarda la trasmissione, che non avviene in un formato unico standardizzato, il quale invece ne consentirebbe una più semplice condivisione. Vi è poi il problema delle fonti, la cui diversità rende più complessa la combinazione delle informazioni. Manca, ad esempio, un identificativo unico per tutte le aziende dell’Ue.

C'è poi la responsabilità degli Stati membri, che trasmettono informazioni eccessivamente aggregate, limitando così la capacità di studio da parte degli esperti della Commissione e le conseguenze che potrebbero trarne. Altro grande vulnus riguarda poi l'incapacità di raccoglie dati sufficienti e con cadenza regolare su elementi ampiamente utilizzanti dalla aziende, che riguardano la salute dei cittadini, come fertilizzanti e pesticidi, né sull'impatto ambientali delle differenti pratiche agronomiche. A mancare sono anche le informazioni sulla ricezione dei finanziamenti, gestiti direttamente dai Paesi du appartenenza. Questo significa che l'Ue di fatto non dispone di un quadro dettagliato della distribuzione dei fondi che lei stessa elargisce.

Nonostante i recenti sforzi in un'ottica di miglioramento, rimane un grave deficit di tipo tecnologico, se si pensa che la direzione generale Agricoltura utilizza ancora i fogli elettronici per analizzare manualmente i dati raccolti negli Stati membri. La Corte suggerisce invece la possibilità di sfruttare strumenti di analisi dei big data tramite l’estrazione automatizzata come avviene con il text mining, una tecnica di Intelligenza Artificiale in grado di trasformare il testo libero, non strutturato, di documenti e database (quali pagine web, articoli di giornale, e-mail) in dati strutturati e aggregabili. La Corte ha verificato che una maggiore automatizzazione sarebbe possibile e ricca di vantaggi rispetto alle lunghe procedure manuali.

Una metodologia all'avanguardia si rende ancor più necessaria oggi, in una fase in cui l’agricoltura sta impiegando su larga scala le innovazioni digitali, per gestire ad esempio i registri amministrativi, per elaborare applicazioni su smartphone in grado di predire le condizioni meteorologiche, o utilizzando satelliti, droni e macchinari agricoli di precisione. I big data stanno quindi diventando troppo complessi e voluminosi per i tradizionali sistemi di elaborazione, richiedendo perciò strumenti più avanzati e una potenza di calcolo superiore.

Per gestire al meglio la politica comune, ricorda la Corte, occorre applicare più diffusamente l’analisi predittiva o prescrittiva, sia per anticipare alcuni fenomeni sia per determinare che qualcosa accada. Nelle sue conclusioni i giudici ritengono che la Commissione abbia “ampi margini per integrare nei propri sistemi informatici di elaborazione automatica tecniche e strumenti avanzati di analisi dei dati con un buon rapporto costi /efficacia, nonché per utilizzare meglio i dati per l’analisi della Pac”. 

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