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Sabato, 4 Dicembre 2021
Lavoro

Londra cede sulla pesca, ora sta all'Ue dimostrare di volere un accordo sulla Brexit

Johnson ha abbassato a un misero 35 per cento la richiesta di riduzione delle quote di cattura nelle acque britanniche concesse agli europei, inizialmente voleva l'80. Con l'ultima offerta dell'Ue che è stata del 25 non ci sono più scuse per non trovare un compromesso

Forse perché blocchi al porto di Dover hanno dato al Regno Unito un assaggio di cosa potrebbe essere un No Deal, o forse perché Londra è stanca della battaglia campale per un settore che nel Paese dà lavoro solo a 24mila persone, Boris Jonson ha deciso di abbandonare la linea dura e di cedere sulla pesca pur di arrivare a un accordo sulla Brexit.

La proposta

Secondo fonti dell'Ue citate dal Guardian, in una proposta presentata lunedì pomeriggio dal capo negoziatore della Gran Bretagna, David Frost, la richiesta britannica di una riduzione del 60% delle catture in valore nelle acque britanniche è stata ridotta al 35%. Si tratta di una forte riduzione soprattutto se si pensa che la richiesta iniziale era dell'80 per cento. Il 35 è una cifra molto più vicino al 25 per cento dell'ultima offerta europea, con il Blocco che inizialmente partiva da un misero 16 per cento, e se verrà rigettata sarà difficile poi dare la colpa a Johnson se non si raggiunge un accordo. Il problema nasce perché finora, grazie alla Politica comune della pesca secondo cui i pescherecce dei Paesi Ue hanno pieno accesso alle reciproche acque (ad eccezione delle prime 12 miglia nautiche dalla costa), ben il 57% di quanto è stato pescato nei mari britannici è stato catturato da pescherecci appartenenti ad aziende europee e solo il 43% da quelli di imprese locali. Ora con la Brexit la Gran Bretagna rivuole il controllo dei propri mari ma diversi Paesi europei, Francia in primis, ne sono dipendenti per la pesca, e vorrebbero mantenere lo status quo.

Periodo di transizione

Johnson ha offerto anche un periodo di transizione di cinque anni per l'entrata in vigore dei nuovi accordi, un altro passo indietro rispetto alla sua offerta iniziale di tre anni, con un probabile compromesso anche sull'applicazione di tariffe o divieti di esportazione su merci in cui l'accesso alla pesca influisca troppo sulle economie europee.

Tariffe

Come ha spigato a Politico Raoul Ruparel, che è stato consigliere speciale per l'Europa della ex premier Theresa May ed è stato direttamente coinvolto nei negoziati sulla Brexit per tre anni, Londra si è spinta addirittura a proporre un meccanismo di tariffe che in futuro potrebbe colpire la sua stessa economia. "In uno scenario in cui ci sarebbe una riduzione delle quote dell'Ue ai livelli concordati alla fine della transizione, un collegio arbitrale indipendente determinerebbe il costo economico di tale perdita per l'Ue e consentirebbe a Bruxelles di imporre tariffe in altre aree oltre la pesca per compensare ", ha scritto su politico affermando di aver discusso l'idea con i negoziatori britannici. La proposta includerebbe anche una clausola risolutiva, che consentirebbe all'Ue di notificare che l'accordo verrà abolito se le riduzioni delle quote di pesca si spingono troppo oltre e fanno troppi danni. Si aspetto ora la rsposta dell'Ue che ne sta discutendo con i due paesi più preoccupati, Francia e Danimarca. Ma un rifiuto sarebbe difficile da giustificare.

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