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Giovedì, 26 Maggio 2022
Ambiente&Clima

"Finanziati 6 milioni di agricoltori, ma dati troppi soldi nelle mani di pochi". L'ammissione dell'Ue

Bruxelles analizza successi e fallimenti della Politica agricola comune ora conclusa. Produzione aumentata, ma troppe emissioni e pochi giovani nonostante i sussidi

Oltre sei milioni di agricoltori sostenuti tramite un contributo diretto al reddito, ma con l'80% delle risorse destinate ad appena il 20% delle aziende. Tra un “mea culpa” e un moto d'orgoglio, l'Unione europea traccia un quadro dei risultati, tra successi e occasioni mancate, della Politica agricola comune, che ha terminato il suo ciclo nel 2020, in attesa di porre in essere la nuova Pac, adottata a Novembre scorso dal Parlamento a Strasburgo. Se la strategia precedente era centrata sul sostegno all'agricoltura tout-court, i nuovi obiettivi sono disegnati per soddisfare le pressanti esigenze imposte dalla crisi climatica e da un ambiente sempre più degradato e minacciato da perdita di biodiversità, erosione del suolo ed eventi naturali catastrofici.

Distribuzione reddito poco equa e pochi giovani in agricoltura

Nel 2019 i lavoratori a tempo pieno in agricoltura sono stati 9,1 milioni, ma l'Ue calcola 40 milioni i posti di lavoro complessivi (considerata la forte percentuale dei lavori stagionali) nelle zone rurali. Il sostegno diretto fornito dalla Pac ha rappresentato circa il 25% del reddito. Il dato schizza al 50% nelle zone di montagna e in quelle remote. Tra il 2013 e il 2019, l'aumento del reddito medio è stato del 15% in termini reali, ma l'Ue ammette che il divario tra il salario medio in agricoltura e quello in altri settori dell'economia resta importante. Ed è questo uno dei fattori che incide sulla demografia agricola. L'età media di chi opera nel settore, infatti, è molto alta, con appena l'11% degli agricoltori sotto i 40 anni (dati 2016) e fatica a scendere, nonostante i sussidi. Costo della terra e condizioni di lavoro difficili sono i principali fattori che hanno disincentivato in questi anni l'inserimento nel settore.

Come dicevamo, la distribuzione del reddito è stata poco equa, con una forte concentrazione dei sussidi nelle mani di poche grandi aziende che dominano il settore. L'Ue, però, rivendica che circa la metà dei beneficiari dei pagamenti diretti sono state aziende molto piccole, con meno di 5 ettari, mentre la gran parte dei beneficiari del sostegno della vecchia Pac possedevano tra 20 e 100 ettari. Qualche aggiustamento è avvenuto in corso d'opera. Ad esempio, tra il 2017 e il 2019, i pagamenti per ettaro agli agricoltori della categoria più piccola (quelli che producono in media meno di 8000 euro) sono aumentati del 18% rispetto al periodo 2011-2013.

Boom nelle esportazioni, ma emissioni ancora un problema

Tra i successi rivendicati, c'è l'aumento della produttività: +6% tra il 2013 e il 2019. L'Unione (quella di 28 Paesi, inclusa la Gran Bretagna, ormai uscita), ha rappresentato il 18% delle esportazioni agroalimentari globali nel 2019. Le note dolenti riguardano, invece, la protezione agro-ambientale. La vecchia Pac si è limitata ad una “protezione di base” per circa l'80% dei terreni agricoli, mentre appena il 15% degli agricoltori ha aderito a procedure volontarie, che premiavano un'attenzione più marcata alla tutela dei suoli e della biodiversità. Il biologico, considerato essenziale per ridurre l'inquinamento dei terreni e offrire prodotti più sani, è cresciuto, ma resta un settore marginale, con appena il 7,8% dei terreni agricoli a disposizione. Di questi, la Pac ha sostenuto il 66% dei suoli destinati a questa nicchia di produzione.

Sempre guardando all'ambiente, l'Ue ammette che il declino della biodiversità ha rallentato, ma lungi dall'essere stato arrestato. Dulcis in fundo, l'amara questione delle emissioni di gas a effetto serra. Rispetto al 1990, si sono ridotte del 20%, ma a partire dal 2010 c'è stato un brusco rallentamento. Perché? Gli Stati membri nel frattempo avevano aumentato la produzione agricola. Solo pochi giorni fa uno studio denunciava che le 20 principali aziende agricole europee inquinano quasi quanto l'Eni. In vista della nuova strategia, essenziale per raggiungere gli ambizioni obiettivi del Green Deal europeo, la Commissione guarda con attenzione alla gestione del bestiame, dato che l'allevamento figura tra i principali responsabili delle emissioni. Secondo l'Ue, i miglioramenti devono andare di pari passo con “la riduzione del consumo di carne e con diete più sostenibili”. Allo stesso tempo l'Europa mira a ridurre il rischio degli effetti di “carbon leakage”, cioè il rischio di importazioni di carne da Paesi extra-Ue, che hanno emissioni più alte di quelle degli Stati membri. La Commissione conclude infine che la “Pac avrebbe potuto essere più efficace se le sue risorse fossero state usate in modo più strategico, con misure e finanziamenti più mirati, e se i beneficiari fossero stati più ambiziosi nell'attuare il cambiamento”.

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