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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Il risultato

Gli svizzeri bocciano la proposta di vietare gli allevamenti intensivi

Al referendum stravincono i 'No', esultano agricoltori e governo. I cittadini temevano un ulteriore aumento dei prezzi, meno scelta e l'invasione di prodotti stranieri

Gli allevamenti intensivi resistono, anche grazie al sostegno dei cittadini svizzeri. Nel fine settimana questi ultimi hanno rifiutato tramite un referendum un'iniziativa finalizzata a vietarli nella Confederazione e a rafforzare le norme sul benessere degli animali. Secondo gli agricoltori, che si sono battuti contro l'approvazione dell'iniziativa, si tratta di un voto di fiducia nei loro confronti e del modello adottato in questi anni, già molto stringente in materia. Come sui pesticidi in una votazione della scorsa estate, la popolazione si è schierata nuovamente con la maggioranza degli agricoltori svizzeri, che temeva ulteriori restrizioni al numero di capi di bestiame autorizzati nelle aziende.

La vittoria del “no” è stata abbastanza netta, con il sostegno del 63% degli elettori. Delle 26 regioni coinvolte, solo il Canton Basilea Città ha approvato l'idea. Il ministro dell'Interno Alain Berset ha affermato domenica che i cittadini hanno “giudicato che la dignità degli animali è rispettata nel nostro Paese e che il loro benessere è sufficientemente tutelato dalla normativa vigente”. Il governo si era opposto alla proposta portata avanti da associazioni animaliste, ritenendo adeguate le regole già in vigore. La maggiornaza dei cittadini non percepisce quindi come un problema le attuali condizioni negli allevamenti. L'iniziativa, supportata dalla raccolta di 100.000 firme, chiedeva di migliorare ulteriormente le condizioni degli animali, garantendo loro un regolare accesso all'aperto e la riduzione del numero massimo consentito in un'unica stalla.

Gli oppositori del divieto, incluso il governo e la maggioranza del Parlamento, avevano invece messo in guardia la popolazione, sostenendo che la modifica avrebbe comportato: prezzi più alti, minore scelta dei consumatori e un'invasione di prodotti stranieri. L'iniziativa, che prevedeva un lasso di tempo di 25 anni perché gli agricoltori si adattassero alle nuove regole, proponeva in realtà che anche le importazioni avrebbero dovuto conformarsi alle norme introdotte. Restava il rischio di un “turismo” degli svizzeri verso i Paesi confinanti per garantirsi l'acquisto di carni, salumi e formaggi a prezzi più competitivi. La Federazione degli agricoltori, come sottolinea il portale SwissInfo, nei mesi scorsi si era opposta con veemenza “contro quello che consideravano un attacco ingiusto nei loro confronti come un mezzo per ridurre il consumo di carne nella società in senso lato”.

Gli attivisti vedevano invece la riforma come una maniera per contribuire alla lotta globale contro il cambiamento climatico, giunto fin sulle vette svizzere, colpite anch'esse dalla siccità durante questa torrida estate. L'obiettivo era una riduzione del consumo di carne e il riutilizzo della terra per produrre più verdure e meno mangimi per animali.

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