In Europa, la pasta italiana perde terreno

I dati Eurostat mostrano una riduzione dal 72% al 67% nell’offerta di spaghetti e affini di produzione tricolore tra il 2016 e il 2017. Si riduce anche l’export del Belpaese al di fuori dell’Unione

Un piatto di pasta alla carbonara in un'immagine d'archivio. ANSA

Fusilli, farfalle, penne, bucatini e ovviamente spaghetti. In una parola, pasta. Nell’Ue non se ne mangia poca. Lo scorso anno sono finiti in pacchi e confezioni qualcosa come oltre cinque milioni di tonnellate di pasta, finite poi nei piatti e sulla tavola di tutta Europa. Da dove arrivano tutte queste prelibatezza non è neanche il caso di dirlo: da sempre pasta è sinonimo di Italia, che con 3,6 milioni di tonnellate di pasta prodotte lo scorso anno, per un valore di 3,5 miliardi di euro, ha rappresentato il 67% della produzione totale dell'Ue in termini di volume e valore.

L’Italia non ha dunque concorrenti, in questo settore. Tuttavia l’Italia perde quote di mercato. Se nel 2017, come detto, la produzione tricolore di pasta ha rappresentato il 67% del totale, nel 2016 era invece il 72%. Qualcuno, nel territorio dell’Ue, non sembra apprezzare più il prodotto simbolo dello Stivale. Lo stesso sembra essere accaduto per la quantità di spaghetti e affini venduti al di fuori dell’Ue: mentre l’export di pasta europea è aumentata di 0,1 milioni di tonnellate tra il 2016 e il 2017, la quota nazionale all’interno di questa quota si è ridotta dell’1% (dal 77% al 76% delle vendita extra-Ue).

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La metà della pasta prodotta in Europa finisce nei piatti di tedeschi e francesi, che insieme rappresentano il 48% della domanda comunitaria (25% e 23% rispettivamente, per acquisti pari a 363mila tonnellate e 337mila tonnellate di pasta). Stati Uniti e Giappone i principali mercati extra-comunitari per fusilli, farfalle, pennette, gnocchetti e quant’altro.

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