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Foto Ansa  EPA/CLEMENS BILAN

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Le mani della mafia sull'agricoltura: ogni anno 21 miliardi di profitti illeciti

La criminalità organizzata lucra sull'ottenimento illegale di fondi comunitari e nazionali, sul controllo della filiera con l'imposizione di imprese amiche dalla produzione alla distribuzione e naturalmente dal caporalato

È un giro di affari spaventoso quello che la criminalità organizzata fa ogni anno nel sistema agroalimentare. Si parla di guadagni superiori ai 21 miliardi di euro, quanto una manovra del governo. Il rapporto Agromafie 2017, un’analisi elaborata da Coldiretti, Eurispes e dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, riporta che “il volume d’affari complessivo annuale delle agromafie è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno”. Le agromafie lucrano moltissimo sull’ottenimento illegale di fondi Ue e contributi pubblici, ma anche dal controllo della filiera alimentare, con l’imposizione di imprese “amiche” nei vari passaggi che vanno dalla produzione alla distribuzione, nonché sulle attività di smaltimento di rifiuti tossici, con il conseguente rischio di contaminazione di produzioni agricole e allevamenti.

Per completare il quadro degli intrecci d’affari che portano i prodotti delle mafie direttamente sulle nostre tavole, non può mancare il fenomeno del caporalato, che è purtroppo balzato all'onore della cronaca questo mese per la morte di 16 braccianti immigrati in due incidenti stradali in Puglia. Lo sfruttamento dei lavoratori dei campi, in larga parte stranieri e privi di documenti, porta una fortuna nelle tasche degli sfruttatori, che molto spesso sono proprio le organizzazioni criminali. Come denunciato recentemente sempre dalla Coldiretti, “in una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%) è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% la pubblicità”. Insomma il costo della bottiglia supera il valore del pomodoro, e questo proprio perché la sua raccolta è basata troppo spesso sullo sfruttamento.

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